Ho letto varie volte in vari luoghi che i principali movimenti filosofici e religiosi che rimandano al buddhismo si basano sulla seguente osservazione della realtà:

La vita è sofferenza

Lasciando al singolo individuo la possibilità di non essere d’accordo con questa osservazione, dobbiamo comunque accettare un qualche tipo di legittimità a tale frase.

Chi di noi infatti non ha sofferto almeno una volta?

E chi di noi non soffre almeno una volta al giorno?

Certo, ci sono sofferenze e sofferenze. Alcune sono talmente leggere e banali che il danno che causano è limitato e vengono facilmente dimenticate. Altre sofferenze invece riescono in qualche modo a scavare nelle più oscure profondità dell’animo umano, riuscendo a persistere per anni e anni, in alcuni casi anche per decenni, e in altri, purtroppo, per intere vite.

Fin da piccolo, o comunque fin da quello che riesco a ricordare, ho sempre riflettuto molto sulla natura della sofferenza. Data questa enorme eterogeneità, mi sono sempre chiesto cos’è, esattamente, che caratterizza una sofferenza? Perché alcune sofferenze sono peggio di altre? E come fa un individuo a superare una sofferenza che a prima vista potrebbe essere percepita come insuperabile?

La sofferenza, per come ne parliamo noi esseri umani, potrebbe essere intesa come l’interpretazione, da parte del cervello, di particolari segnali elettrici che vengono generati da parte di tutto il nostro sistema nervoso. Questo significa in particolare che la sofferenza può essere sempre ricondotta alla percezione soggettiva di un essere vivente e al rapporto tra la realtà interiore dell’essere vivente e quella esteriore.

In altre parole, sofferenza e vita sono strettamente legate tra loro, come due amanti che, essendosi appena incontrati, non vorrebbero mai e poi mai lasciarsi andare, per il resto dell’eternità. Mentre però gli amanti sono statisticamente più propensi a lasciarsi andare, anche solo considerando la finitezza della loro esistenza, le dinamiche che collegano la sofferenza alla vita sono talmente profonde e talmente universali che risulta alquanto difficile immaginare un possibile mondo in cui la vita è priva di ogni sofferenza.

Poniamoci ora la seguente domanda: cosa porta un individuo a soffrire? Formulata in modo leggermente diverso si potrebbe dire: perché soffriamo?


Tra l’altro, colgo l’occasione per fare una piccola divagazione.

Possiamo raccontare la nostra vita in tanti modi diversi, anche, e specialmente, dalle domande che ci poniamo e che poniamo agli altri. È per questo che mi piace scrivere di tanto in tanto questi blog post. Ogni blog post nasce o dal bisogno di condividere una particolare emozione, o dal bisogno di provare a rispondere ad alcune delle innumerévoli domande che hanno sempre occupato il mio tempo da essere cosciente.

Detto questo, non voglio assolutamente dare la pretesa di conoscere anche solo in minima parte risposte particolarmente significative alle varie domande che mi pongo. Scrivere per me è divertente proprio perché mi forza a pensare a come potrei provare ad affrontare queste tematiche. Le mie risposte, in ogni caso, non hanno nessun valore scientifico, non sono basate su dati statistici, e sono solamente il frutto della mia particolare esperienza.


Ritornando alla domanda che mi ero posto prima, credo che dietro alla sofferenza ci sia l’altra parte della vita, quella a cui tipicamente non pensiamo: la morte.

Si potrebbe dunque dire che la sofferenza è il ponte che collega la vita alla morte, perché ricorda a noi esseri viventi quanto sottile ed evanescente è la nostra esistenza, così piena di bisogni che devono essere quotidianamente soddisfatti.

\[\text{vita} \longleftrightarrow \text{sofferenza} \longleftrightarrow \text{morte}\]

Anzi, per quanto paradossale possa sembrare, tipicamente è proprio la sofferenza che ci proteggere e che ci allontana, seppur in modi limitati, dalla morte.

Come ho già detto, la sofferenza è l’interpretazione da parte del cervello di particolari impulsi elettrici causati dal sistema nervorso situato in tutto il nostro corpo. Senza questo meccanismo di feedback negativo un essere vivente non riuscirebbe mai ad imparare come comportarsi nel mondo senza distruggere inavvertitamente il proprio corpo e in generale le risorse a propria disposizione.

Abbiamo bisogno di poter soffrire per imparare a vivere

Sotto questa ottica, la sofferenza sembra assumere un ruolo alquanto importante. Si potrebbe arrivare a dire che essendo necessaria, la sofferenza non deve essere rimossa, né diminuita, proprio perché è il mezzo tramite il quale impariamo.

Voglio precisare che non sono d’accordo con quest’ultimo ragionamento, almeno non in modo assoluto. Infatti, cosa impariamo tipicamente dalla sofferenza?

Per quanto la sofferenza potrebbe contenere al suo interno delle preziose lezioni, credo anche che queste fantomatiche lezioni non vengono automaticamente assorbite ed imparate, e che anzi nella maggior parte dei casi l’unica cosa che siamo impulsivamente portati ad imparare dalla sofferenza sono strategie e metodi per evitare di soffrire in quei modi il prima possibile.

Non appena sentiamo della sofferenza in noi, piuttosto che analizzarla, piuttosto che farla scorrere nel nostro corpo, cerchiamo di toglierla di mezzo, di buttarla fuori, di dimenticarcene il più presto possibile, perché per definizione la sofferenza fa male, e noi vogliamo minimizzare a tutti i costi il dolore sentito.

Se viviamo così la sofferenza, allora possiamo pensare che imparare a vivere sia un costante tentativo da parte dell’individuo di minimizzare il proprio dolore, in ogni momento, in ogni situazione e con qualsiasi mezzo.

Non ho nulla da ridire con questo modo di vivere la sofferenza, se non il fatto che un tale obiettivo è destinato al fallimento, proprio perché, secondo me, la vita è sempre connessa alla morte tramite la sofferenza, in ogni momento e in ogni istante, e dunque può succedere, e anzi è inevitabile, vivere momenti con tanto, tantissimo dolore.

Esistono forse altri modi di vivere la sofferenza?

Credo che sia possibile vivere la sofferenza con la consapevolezza che è inevitabile, e che dunque non possiamo sempre e comunque sfuggire ad essa in ogni istante di tempo. Non vorrei dare l’impressione che dobbiamo attivamente ricercarla, ma che quando ci capita di soffrire, piuttosto che scappare immediatamente, potremmo imparare a sederci da qualche parte e semplicemente accorgerci che possiamo continuare ad esistere anche se stiamo soffrendo tanto, e cominciare a capire esattamente il perché stiamo soffrendo, in modo da non soffrire nello stesso modo in futuro.

Questo ragionamento ovviamente può essere applicato solo per un sottotipo di sofferenza, la sofferenza emotiva ed esistenziale, quella che non ha a che fare necessariamente con l’impossibilità di soddisfare i bisogni fisici del nostro corpo, ma che invece è tipicamente riconducibile al contesto sociale in cui l’individuo si muove.

Come la maggior parte delle dinamiche della natura quindi, anche la sofferenza può assumere vari ruoli nella nostra vita, a seconda del tipo di sofferenza e anche di come noi la vogliamo vivere.

La sofferenza può essere la più grande insegnante.

Il nostro compito è imparare ad ascoltarla.