Le sensazioni che proviamo durante la nostra vita sono tante e sono varie. Ciascuna, a modo suo, è importante e ci vuole comunicare qualcosa. Quando proviamo una sensazione, qualsiasi essa sia, tale sensazione rappresenta la decisione finale presa complessivamente dal nostro corpo, l’hardware di cui siamo fatti, l’unica cosa che non possiamo levarci di torno, l’unica cosa che la natura, inconsapevolmente, ci ha offerto.

La differenza che esiste tra diversi esseri umani forse può essere condotta proprio a questo: alle sensazioni a cui ciascuno di noi si abitua crescendo.

È affascinante analizzare il modo in cui descriviamo queste sensazioni. Utilizziamo aggettivi quali “sensazioni positive” e “sensazioni negative”, per indicare quale di queste ci provoca sofferenza e quali invece ci fa stare bene. L’obiettivo del nostro corpo sembra proprio quello di massimizzare le sensazioni positive e minimizzare quelle negative.

Come ho già scritto sul post in cui descrivo quello che secondo me è, in parte, il ruolo della sofferenza – disponibile qui per chi fosse interessato: Qual è il ruolo della sofferenza? – anche quell’insieme indefinito e forse indefinibile di sensazioni negative hanno un ruolo, un perché e un percome. La difficoltà sta nel capire questi perché e questi percome.

Perché soffriamo?

Soffriamo perché abbiamo bisogno di soffrire. Soffriamo per avere la possibilità di imparare.

Ora, tra tutte le sensazioni, una in particolare ha sempre regnato sovrana nella mia vita, fin da quando riesco a ricordare. Anzi, un tempo era talmente forte la presenza di questa singola sensazione che avevo serie difficoltà a riconoscerla come semplicemente una delle tante possibili sensazioni che un essere umano può provare. Nella mia inconsapevolezza, non la conoscevo, ma vedendo e sentendo la forza e la violenza che aveva nei miei confronti le attribuivo automaticamente un altissimo valore, e col tempo le stavo lasciando sempre più spazio nella mia vita, sempre più spazio, fino a quando stava per diventare l’unica cosa che ero in grado di sentire.

Perché col tempo, questa sensazione, si è presa così tanto spazio?

Perché ha cominciato a volere sempre di più da me?

Per spiegare il perché, una metafora potrebbe essere d’aiuto. Tra l’altro, che storia le metafore! Noi esseri umani siamo esseri affascinanti: per spiegare qualcosa, prima descriviamo qualcosa di completamente diverso, e poi lasciamo al cervello l’arduo compito di trovare delle similitudini tra ciò che abbiamo effettivamente descritto e ciò che volevamo spiegare. La cosa assurda è che questo meccanismo, per quanto apparentemente magico e misterioso, funziona fin troppo bene, e noi tutti ne siamo consapevoli.


Comunque, tornando alla metafora. Immaginiamo di doverci prendere cura di un bambino piccolo, che chiameremo L. Quali potrebbero essere i problemi da affrontare al fine di educare L?

Come tutti gli esseri viventi, anche L avrà un suo corpo fisico, che, tra le altre cose, contiene anche la sua vita mentale interiore. Dato che la vita, e dunque gli esseri umani, devono continuamente combattere contro l’ineluttabile tendenza dell’universo al disordine, per mantenersi attivo, il corpo di L avrà bisogno di risorse, tante risorse, in quanto, ad esempio, deve essere protetto dagli sbalzi di temperatura – sia dal freddo che dal caldo – deve essere sfamato – sia con il cibo che con l’acqua – e via dicendo.

Inizialmente L sarà troppo piccolo e non avrà le forze per procurarsi tutte le risorse di cui ha bisogno. In questa fase, la sua vita è interamente nelle nostre mani.

Poi però, col tempo, succede qualcosa di stupendo e meraviglioso: il suo corpo si continua a sviluppare fino a quando diventa, sotto certi aspetti, molto più, concedetemi la parola, indipendente.

Bisogna anche dire che parlare di indipendenza tra esseri umani è un qualcosa di abbastanza difficile da fare, in quanto il concetto stesso di indipendenza è talmente difficile da definire in modo chiaro e sensato che forse è semplicemente meglio andare oltre. L’idea comunque si è capita: più passa il tempo, e più, nella maggior parte dei casi, siamo in grado di badare meglio a noi stessi. Questo processo poi in realtà si arresta e torna indietro quando raggiungiamo la vecchiaia, ma per adesso consideriamo solo la prima fase della vita di ogni essere umano.

La cosa importante da capire è che questo sviluppo non è scontato. Sì, è possibile sicuramente argomentare che è un processo naturale, ma come al solito: stiamo attenti alle parole che utilizziamo e al significato che attribuiamo a tali parole! In questa discussione, dire “naturale”, per me, è equivalente a dire “atteso”. In altre parole, possiamo dire che questo tipo di sviluppo – quello che rende l’individuo più adatto a prendersi cura di se e ad utilizzare le proprie forze per affrontare le difficoltà della vita – è il tipico processo atteso dal nostro corpo, ed è atteso in questo modo proprio perché il nostro corpo si è evoluto a tale fine.

Ci si aspetterebbe quindi, col passare del tempo, che L, che da piccolo ci riempiva di attenzioni, e ci riempiva di attenzioni proprio perché la sua stessa vita dipendeva da come utilizzava quelle poche energie che aveva a sua disposizione, ci dia sempre meno attenzioni, o comunque ci dia sempre meno quelle attenzioni che presuppongono un bisogno soddisfacibile solamente tramite la nostra presenza.

Cosa succede però se in questo processo di sviluppo qualcosa va storto? Cosa succede, ad esempio, se quando L ha bisogno di qualcosa, noi non siamo in grado di soddisfare quel bisogno?

Stavamo parlando di sensazioni fastidiose, e siamo arrivati a parlare di bambini, dei loro bisogni, e della difficoltà intrinseca nel soddisfare i bisogni dei bambini. Che poi, a pensarci bene, la difficoltà che proviamo nel rapportarci ai bambini è la radice della più generale difficoltà che abbiamo nel capirci e nel volerci bene, anche tra adulti.

Questa cosa, il cambiare molto spesso argomento, cercando di spiegare di dar senso ai vari salti da argomento ad argomento, è un qualcosa che succede molto spesso quando mi metto a scrivere, perché quando scrivo penso, e il pensiero per me è proprio l’arte di collegare le cose tra loro. Molto spesso mi chiedo se i fili di Arianna che vedo continuamente collegare tutto e tutti esistono solo nella mia testa, o anche nella testa di qualcun altro. Alcune volte vivo abbastanza male questo mio essere sempre alla ricerca di qualcosa di affascinante da raccontare, perché ho la sensazione di essere violento nel modo in cui mi esprimo, motivato dal forte entusiasmo che provo. C’è poi anche la paura che queste cose, che per me sono così affascinanti e così belle, per altri potrebbero essere semplicemente noiose e ridondanti, anche, se vogliamo, banali. Ovviamente capisco che questo è d’altronde inevitabile, eppure una parte di me ha sempre paura di dar fastidio alle persone con i miei pensieri. Forse, a pensarci bene, scrivo anche per questo: per cercare di dare fastidio, in modo da convivere meglio con le mie paure.

Quante volte, noi adulti, pronunciamo frasi quali “non è salutare soddisfare ogni bisogno del proprio figlio, certe volte dobbiamo saper dire di no”. Questa idea, l’idea che ogni tanto bisogna saper dire di no al proprio figlio, anche quando dire di no ci fa stare male, è una idea che condivido pienamente. Ciò su cui invece ho da ridire nuovamente è sul particolare modo in cui quella frase è espressa, ovvero sull’utilizzo delle parole, che trovo improprio in questo contesto.

Io credo che sia ideale saper soddisfare ogni bisogno di ogni bambino. La complessità, in questa questione, sta proprio nel capire quali sono effettivamente questi bisogni che devono essere soddisfatti. Se ad esempio L ci chiede il gelato, e assumendo per un attimo di avere la possibilità reale di comprare il gelato, ovvero di poter soddisfare questo suo apparente bisogno, quando è meglio farlo, e quando è meglio non farlo?

Ovviamente non c’è una singola risposta alla domanda. L’unica risposta sensata, come al solito, sarebbe dire “dipende”. Dipende dal contesto, e in particolare dipende dal perché L ci ha chiesto quel gelato. Lo ha fatto perché genuinamente aveva bisogno di quel gelato? Oppure lo ha fatto quando, in realtà, se andiamo a scavare le sue vere intenzioni, non era del gelato che aveva bisogno, in quel momento, ma di altro, ed essendo inconsapevole dei propri veri bisogni, ha pensato, erroneamente, che in realtà aveva bisogno del gelato, e dunque ciò lo ha portato ad esprimere verbalmente questo suo apparente bisogno.

Come si evince dalla descrizione, le questioni qui si complicano, si complicano velocemente e di tanto. È infatti impensabile riuscire a capire ogni volta di cosa ha bisogno un bambino come L, ed è per questo che ognuno di noi, anche la persona più sana ed amata, è stata comunque ferita ad un certo punto, seppur in modi più leggeri e con conseguenze assai gestibili.

Sarebbe quindi più sensato, secondo me, dire “non è salutare soddisfare ogni richiesta del proprio figlio, certe volte dobbiamo saper dire di no”. Vedete come ho utilizzato la parola “richiesta” al posto della parola “bisogno”? Per come le utilizzo io, queste due parole hanno significati molto diversi tra loro, in quanto la richiesta è solamente ciò che esprimiamo, e dunque non sempre e non necessariamente anche ciò di cui abbiamo bisogno.

Ritornando alla questione a cui volevo arrivare: consideriamo per un attimo il perché potrebbe portare a dei problemi cercare di soddisfare ogni richiesta di L. Questo fatto non è banale ed è nuovamente riconducibile alla differenza tra i significati di “bisogno” e “richiesta”.

Come ho cercato di far capire nei paragrafi precedenti, non sempre L saprà bene cosa desidera e di cosa ha bisogno. In questi casi, il nostro compito è proprio capire quali sono i veri bisogni di L, e la nostra sfida è proprio capire quando ciò che esprime è veramente ciò di cui ha bisogno, ovvero quando richieste e bisogni combaciano, e quando invece ha bisogno di qualcosa che nemmeno lui è in grado di esprimere, ovvero quando la richiesta va in una direzione mentre il vero bisogno va in un’altra direzione.

Andando a soddisfare ogni richiesta di L, lo abitueremo ad una estrema superficialità nei confronti delle proprie emozioni e dei propri bisogni, perché ogni volta che sente una qualsiasi sensazione, sia essa positiva o negativa, non si porrà mai domande quali

  • “Qual è il significato più profondo di questo sensazione?”

  • “Perché ho provato questa sensazione?”

Al posto di cercare di capire se stesso e i propri bisogni, L troverà sempre mille risposte veloci ai propri problemi. Tutte le risposte che troverà però saranno superflue e, dato che lo allonteranno dalla radice del problema, anche dannose, in quanto saranno tutte risposte riconducibili in qualche modo all’ottenimento di qualche cosa che si trova al di fuori di lui, mentre ciò di cui ha veramente bisogno consiste nel capire i propri bisogni autentici, quelli che si nascondono nella profondità delle proprie sensazioni, così inesplorate e dunque terribilmente spaventose.

In altre parole, soddisfando ogni sua richiesta, L associerà inevitabilmente e in modo violento le sue richieste ai suoi veri bisogni, e in questa associazione i suoi bisogni verranno sacrificati, o comunque scompariranno in qualche luogo remoto ed oscuro del suo essere.


Ok, la metafora è finita, e adesso posso tornare a descrivere quella sensazione che ho menzionato all’inizio, quella che si era presa così tanto spazio nella mia vita.

Perché col tempo, questa sensazione, si è presa così tanto spazio?

Perché ha cominciato a volere sempre di più da me?

Perché, esattamente come nel prendersi cura di L, io, piuttosto che ascoltare veramente i bisogni che questa sensazione mi voleva comunicare, cercavo di soddisfare ogni richiesta che faceva, il prima possibile, in modo da accontentarla di volta in volta. Col tempo, questo atteggiamento mi stava portando sempre più lontano dai miei veri bisogni.

Poi, ad un certo punto, ho capito, in qualche modo, che non dovevo assecondare ogni richiesta di questa sensazione tanto spiacevole. Ad un certo punto, ho capito che quella era la strada sbagliata, e che ci doveva essere un altro modo per gestirla, un altro modo per andare avanti. Iniziare terapia è stato il primo passo che mi ha avvicinato ad un modo diverso di gestire tale sensazione.

Questa sensazione, la sensazione che mi ha portato a scrivere questo blog post, è la sensazione di essere abbandonati. Sono tante e varie le situazioni che ci possono far sentire abbandonati, e in diversi momenti può essere percepita con diverse intensità. Ma la sensazione è la stessa, e i pensieri che provoca sono gli stessi: di non valere tanto, di essere rimpiazzabile, e via dicendo.

In futuro dedicherò sicuramente più parole a questa sensazione. Ciò che voglio dire in questo blog post è che tuttora vivo questa sensazione quasi settimanalmente. Un tempo però la ignoravo talmente tanto, che quasi non mi interessava nulla di lei, e cercavo solamente di farla sparire il più velocemente possibile. Adesso, quando la sento, faccio un respiro, trovo un posto per stare da solo con me stesso, e le dico:

Hey… eccoti!

Era da un po’ che non ti sentivo, mi stavo quasi per preoccupare.

Come stai?

Cosa mi racconti questa volta?

Quando mi pongo in questo modo, lei mi racconta così tante cose che certe volte non riesco a non sentire una profonda e autentica gratitudine nell’avere la possibilità di dialogare con lei. La ricchezza che mi offre mi porta quasi naturalmente a rassicurarla:

Mi dispiace, veramente se ogni tanto ti senti abbandonata.

Eppure, guardati!

Sei così unica, così bella, e così piena di umanità.

Come puoi anche solo pensare di passare inosservata per questa vita?