Dall’inizio del lockdown causa COVID-19 sto passando un periodo molto triste della mia vita. In poco tempo tante cose sono cambiate, e ho finito con il perdere alcuni dei più importanti affetti. Nel momento del bisogno però mi sono stranamente trovato piuttosto preparato, in quanto è già da un po’ di tempo che ho intrapreso un percorso di crescita personale, che mi sta aiutando a capire molto meglio chi sono, quali sono le mie forze, e dunque come posso affrontare le difficoltà della vita. Togliendo quindi qualche inevitabile momento di temporanea disperazione, ho una visione molto propositiva rispetto al mio futuro, e ogni giorno continuo ad alzarmi dal letto con la voglia di investire risorse ed energie per imparare cose nuove e mettermi alla prova. Di questo sono molto soddisfatto, anche se la tristezza continua a farsi sentire, e alcuni giorni sono più difficili di altri.

Ultimamente sto investendo sempre più tempo in una attività estremamente importante per me: l’esplorazione dell’animo umano. Gli esseri umani mi hanno sempre affascinato e terrificato allo stesso tempo, e ho sempre sentito un forte impulso ad approfondire la loro vera natura. Ho sempre pensato che magari, capendo meglio l’essere umano, avrei capito un po’ meglio chi sono io e di conseguenza qual è il mio ruolo in questa strana e fin troppo famigliare esperienza che chiamiamo vita.

Motivato dal voler esplorare le parti più oscure dell’animo umano recentemente ho portato a compimento la lettura di Se questo è un uomo, scritto da Primo Levi come testimonianza della sua esperienza nei Lager tedeschi.

Ci sarebbe moltissimo da dire rispetto a quanto è scritto nel libro. Le parole di Levi colpiscono da due punti di vista diversi: come prima cosa descrivono eventi terrificanti con una potenza emotiva semplicemente agghiacciante. Non penso sia un caso che durante la lettura più volte mi è capitato di ritrovarmi a piangere semplicemente perché leggendo mi ero immerso nelle descrizioni presentate. Ma questo non è tutto. La cosa che più mi ha colpito è stata la scoperta che durante la narrazione degli eventi Levi effettua una profonda esplorazione dell’animo umano.

La visione che Levi ci offre di noi esseri umani, e in particolare delle oscure possibilità che sono contenute in ognuno di noi, è una visione distruttiva e terribile. Nessuna persona, giustamente, ci vorrebbe pensare. Nessuno si vorrebbe rovinare le giornate pensando a certe cose. Eppure, è proprio per contrastare la nostra naturale tendenza al dimenticarci di tutto ciò, che dal mio punto di vista è fondamentale sforzarci per mantenere vivo il ricordo di queste parole, di questa testimonianza, e di ciò che ci vuole dire riguardo alla natura umana.

A tale fine ho voluto riportare alcuni paragrafi ripresi dal libro. I paragrafi che troverete a seguire quindi sono quelli che, per una ragione o un’altra, molto spesso ignota perfino a me stesso, mi hanno colpito nel profondo.

NOTA BENE: In termine di paginazione, la particolare stampa a cui faccio riferimento è la versione SUPER ET di “Se questo è un uomo”. Riporto a seguire una foto della copertina per completezza

E dopo?

Capitolo IV - Ka-Be, pagina 49.

Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravviere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all’uomo di fare dell’uomo.

Dover raccontare e non essere ascoltati

Capitolo V - Le nostre notti, pagina 55.

Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta dalla narrazione fatta e non ascoltata?

Se non fosse della fame!

Capitolo VI - Una buona giornata, pagine 68-69.

Poiché tale è la natura umana, che le pene e i dolori simultaneamente sofferti non si sommano per intero nella nostra sensibilità, ma si nascondono, i minori dietro i maggiori, secondo una legge prospettica definita. Questo è provvidenziale, e ci permette di vivere in campo. Ed è anche questa la ragione per cui così spesso, nella vita libera, si sente dire che l’uomo è incontenibile: mentre, piuttosto che di una incapacità umana per uno stato di benessere assoluto, si tratta di una semplice insufficiente conoscenza della natura complessa dello stato di infelicità, per cui alle sue cause, che sono molteplici e gerarchicamente disposte, si dà un solo nome, quello della causa maggiore; fino a che questa abbia eventualmente a venir meno, e allora ci si stupisce dolorosamente al vedere che dietro ve n’è un’altra; e in realtà, una serie di altre.

Perciò, non appena il freddo, che per tutto l’inverno ci era parso l’unico nemico, è cessato, noi ci siamo accorti di avere fame: e, ripetendo lo stesso errore, così oggi diciamo: “se non fosse della fame!…”

La moralità nel Lager

Capitolo VII - Al di qua del bene e del male, pagina 82.

Per Häftlinge si intende detenuto del Lager.

Il furto in Buna, punito dalla Direzione civile, è autorizzato e incoraggiato dalle SS; il furto in campo, represso severamente dalle SS, è considerato dai civili una normale operazione di scambio; il furto tra Häftlinge viene generalmente punito, ma la punizione colpisce con uguale gravità il ladro e il derubato. Vorremmo ora invitare il lettore a riflettere, che cosa potrebbero significare in Lager le nostre parole “bene” e “male”, “giusto” e “ingiusto”; giudichi ognuno, in base al quadro che abbiamo delineato e agli esempi sopra esposti, quanto del nostro comune mondo morale potesse sussistere al di qua del filo spinato.

I salvati e i sommersi

Capitolo VIII - I sommersi e i salvati, pagine 84-87.

Ci pare degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi […] Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune […] Ma nel Lager avviene altrimenti: qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo […]

Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona “a chi ha, sarà dato; a chi non ha, sarà tolto”. Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è apertamente in vigore, è riconosciuta da tutti […]

Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo […]

Se i sommersi non hanno una storia, e una sola e ampia è la via della perdizione, le vie della salvazione sono invece molte, aspre ed impensate.

L’ingegnerie Alfred L.

Capitolo VIII - I sommersi e i salvati, pagina 90.

La storia dell’ingegner Alfred L. dimostra, fra le altre cose, quanto sia vano il mito dell’uguaglianza originale fra gli uomini […] Il suo piano era di lungo respiro, il che è tanto più notevole, in quanto era stato concepito in un ambiente in cui dominava la mentalità del provvisorio; e L. lo attuò con rigida disciplina interiore, senza pietà per sé, né, a maggior ragione, per i compagni che gli attraversavano il cammino. L. sapeva che fra l’essere stimato potente e il divenire effettivamente tale il passo è breve, e che dovunque, ma particolarmente frammezzo al generale livellamento del Lager, un aspetto rispettabile è la miglior garanzia di essere rispettato […] Ignoro il seguito della sua storia; ma ritengo assai probabile che sia sfuggito alla morte, e viva oggi la sua vita fredda di dominatore assoluto e senza gioia.

Il Doktor Pannwitz

Capitolo IX - Esame di chimica, pagine 102-103.

Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e mi guardò.

Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto, quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità dell’anima umana.

Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.

Il valore del tempo

Capitolo XI - I fatti dell’estate, pagina 114.

Per gli uomini vivi le unità del tempo hanno sempre un valore, il quale è tanto maggiore, quanto più elevate sono le risorse interne di chi le percorre; ma per noi, ore, giorni e mesi si riversavano torpidi dal futuro nel passato, sempre troppo lenti, materia vile e superflua di cui cercavamo di disfarci al più presto. Conchiuso il tempo in cui i giorni si inseguivano vivaci, preziosi e irreparabili, il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi, la storia si era fermata.

L’umanità di Lorenzo

Capitolo XI - I fatti dell’estate, pagina 119.

I personaggi di queste pagine non sono uomini. La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvagie e stolide, i Kapos, i politici, i criminali, i prominenti grandi e piccoli, fino agli Häftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione interna.

Ma Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.

La necessità di un nuovo aspro linguaggio

Capitolo XII - Ottobre 1944, pagina 120.

Come questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo “fame”, diciamo “stanchezza”, “paura”, e “dolore”, diciamo “inverno”, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa è faticare l’intera giornata nel vento, sotto zero, con solo indosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene.

La preghiera di Kuhn

Capitolo XII - Ottobre 1944, pagina 127.

Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire nulla e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi stato Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.

Stranamente si è sempre fortunati

Capitolo XIII - Kraus, pagina 128.

È fortuna che oggi non tira vento. Strano, in qualche modo si ha sempre l’impressione di essere fortunati, che una qualche circostanza, magari infinitesima, ci trattenga sull’orlo della disperazione e ci conceda di vivere. Piove, ma non tira vento. Oppure, piove e tira vento: ma sai che stasera tocca a te il supplemento di zuppa, e allora anche oggi trovi la forza di tirar sera. O ancora, pioggia, vento, e la fame consueta, e allora pensi che se proprio dovessi, se proprio non ti sentissi più altro nel cuore che sofferenza e noia, come a volte succede, che pare veramente di giacere sul fondo; ebbene, anche allora noi pensiamo che se vogliamo, in qualunque momento, possiamo pur sempre andare a toccare il reticolato elettrico, o buttarci sotto i treni in manovra, e allora finirebbe di piovere.

Di botte in genere non si muore

Capitolo XIII - Kraus, pagina 129.

Kraus ha sbagliato di nuovo…Lavora troppo, e troppo vigorosamente: non ha ancora imparato la nostra arte sotterranea di fare economia di tutto, di fiato, di movimenti, perfino di pensiero. Non sa ancora che è meglio farsi picchiare, perché di botte in genere non si muore, ma di fatica sí, e malamente, e quando uno se ne accorge è già troppo tardi. Pensa ancora… oh no, povero Kraus, non è ragionamento il suo, è solo la sua sciocca onestà di piccolo impiegato, se la è portata fin qui dentro, e ora gli pare che sia come fuori, dove lavorare è onesto e logico, e inoltre conveniente, perché, a quanto tutti dicono, quanto più uno lavora, tanto più guadagna e mangia.

La sorte batte strade insospettate

Capitolo XIV - Die drei Leute vom Labor, pagina 137.

A quanto pare dunque, la sorte, battendo strade insospettate, ha fatto sì che noi tre, oggetto di invidia per i diecimila condannati, non avremo quest’inverno né freddo né fame. Questo vuol dire forti probabilità di non ammalarsi gravemente, di salvarsi dai congelamenti, di superare le selezioni. In queste condizioni, persone meno esperte di noi delle cose del Lager potrebbero anche essere tentate dalla speranza di sopravvivere e dal pensiero della libertà. Noi no, noi sappiamo come vanno queste faccende; tutto questo è un dono del destino, che come tale va goduto il più intensamente possibile, e subito; ma del domani non v’è certezza. Al primo vetro che romperò, al primo errore di misura, alla prima disattenzione, ritornerò a consumarmi nella neve e nel vento, fino a che sarò anch’io pronto per il Camino. E inoltre, chi può sapere che cosa accadrà quando i russi verranno?

Di un altro metallo

Capitolo XV - L’ultimo, pagina 147.

Per menaschka si intende una sorta di secchio in cui ci mettevano la zuppa.

Alberto e io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo.

Perché, anche noi siamo rotti, vinti: anche se abbiamo saputo adattarci, anche se abbiamo finalmente imparato a trovare il nostro cibo e a reggere alla fatica e al freddo, anche se ritorneremo.

Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame, e ora ci opprime la vergogna.

Evacuazione del 18 gennaio 1945

Capitolo XVI - Storia di dieci giorni, pagina 152.

Tutti i sani (tranne qualche ben consigliato che all’ultimo si spogliò e si cacciò in qualche cuccetta di infermeria) partirono nella notte sul 18 gennaio 1945. Dovevano essere circa ventimila, provenienti da vari campi. Nella quasi totalità, essi scomparvero durante la marcia di evacuazione: Alberto è fra questi. Qualcuno scriverà forse un giorno la loro storia.

Noi restammo dunque nei nostri giacigli, solo con le nostre malattie, e con la nostra inerzia più forte della paura.

Nell’intero Ka-Be eravamo forse ottocento. Nella nostra camera eravamo rimasti undici, ciascuno in una cuccetta, tranne Charles e Arthur che dormivano insieme. Spento il ritmo della grande macchina del Lager, incominciarono per noi i dieci giorni fuori del mondo e del tempo.

Da Häftlinge a Uomini

Capitolo XVI - Storia di dieci giorni, pagina 157.

19 gennaio 1945.

Quando fu riparata la finestra sfondata, e la stufa cominciò a diffondere calore, parve che in ognuno qualcosa si distendesse, e allora avvenne che Towarowski propose agli altri malati di offrire ciascuno una fetta di pane a noi tre che lavoravamo, e la cosa fu accettata.

Soltanto un giorno prima un simile avvenimento non sarebbe stato concepibile. La legge del Lager diceva “mangia il tuo pane, e, se puoi, quello del tuo vicino”, e non lasciava posto per la gratitudine. Voleva ben dire che il Lager era morto.

Fu quello il primo gesto umano che avvenne fra noi. Credo che si potrebbe fissare a quel momento l’inizio del processo per cui, noi che non siamo morti, da Häftlinge siamo lentamente ridiventati uomini.

L’uomo come cosa agli occhi dell’uomo

Capitolo XVI - Storia di dieci giorni, pagina 169.

26 gennaio 1945.

Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti.

È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce.

Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo. Noi tre ne fummo in gran parte immuni, e ce ne dobbiamo mutua gratitudine; perciò la mia amicizia con Charles resterà nel tempo.