Questa sera ho deciso, dopo tanto tempo che lo volevo fare, di guardare The Eternal Sunshine of the Spotless Mind, tradotto egregiamente in italiano con “se mi lasci ti cancello”.

C’è poco da dire sulla qualità del film: è semplicemente stupendo. La storia ti prende fin da subito, e le \(2\) ore di film passano, essenzialmente, in pochi minuti. Quando un film riesce a cambiare la percezione del tempo di una persona, sicuramente c’è qualcosa sotto. Qualcosa che merita di essere esplorato.

E cosa c’è sotto questo film? Tante cose, ma tra queste principalmente c’è la storia di un amore molto caotico che finisce esattamente come era stato forgiato: in modo tremendamente impulsivo.

Guardare questo film mi ha ricordato tantissimo la mia prima ed unica storia d’Amore. Sotto tantissimi aspetti infatti io mi rispecchiavo nel protagonista maschile del film, Joel Barish, interpretato dal fenomenale Jim Carrey, mentre la protagonista femminile del film, Clementine Kruczynski, interpretata dalla bellissima Kate Winslet, continuava a ricordami la mia ex, che da adesso in poi chiamerò P.

Ho riso di gusto rispecchiandomi in parte in una delle scene iniziali, in cui Joel dice: “Perché mi innamoro di ogni donna che mi mostra un minimo di attenzioni?”.

Comunque, ciò che mi ha portato a scrivere questo blog-post è stata una scena in particolare verso la fine del film, in cui Joel dice un’altra cosa che ho trovato molto interessante. Nella versione originale del film Joel, ad un certo punto, dice:

What a loss to spend that much time with someone, only to find out that she’s a stranger.

Joel Barish, The Eternal Sunshine of the Spotless Mind.

In italiano la frase sta più o meno descrivendo la perdità che si prova quando si spende tanto tempo con una persona e poi, qualcosa succede, e quel rapporto, che un tempo era così forte, pieno di intesa ed intimità, muore, e la persona in questione diventa niente più e niente meno di una sconosciuta.

Un tempo, anni fa, prima della pandemia, prima di tante cose e di tanta sofferenza, sarei stato assolutamente d’accordo con lui.

Adesso no. Adesso penso ai rapporti umani in un’altro modo.

Da varie esperienze, personali e non, sono portato a pensare che una significativa quantità dei rapporti umani riescono a sopravvivere solamente grazie alle più forti forze della Natura: la pigrizia e la paura.

  • Quanti legami si basano sull’evitamento reciproco della terribile paura della solitudine?

    Sia chiaro, non voglio assolutamente sminuire la paura della solitudine. Io stesso ne ho sofferto in modo significativo, e tutt’ora la solitudine è una delle tante realtà che devo affrontare, giorno dopo giorno.

    Tra le varie ragioni che mi spingevano a continuare la mia relazione con P. e ad accettare i modi in cui mi trattava, la paura della solitudine è sicuramente importante da considerare.

  • E quante volte due persone restano assieme semplicemente perché oramai sono anni che stanno assieme?

    Ma il tempo distrugge tutto, pure le relazioni. L’unico modo per mantenere una relazione nel tempo è essere consapevoli del fatto che le relazioni richiedono un interesse costante, giornaliero. Se questo interesse viene a mancare, prima o poi qualcosa si romperà, e anche se entrambe le persone non voglio accettare tale realtà, la relazione comunque cesserà di esistere, o, meglio, si trasformerà in qualcosa di potenzialmente molto, molto pericoloso.

Ritornando al discorso: perché il me di adesso non condivide più la frase detta da Joel? Il fatto è che oramai sono arrivato a questa conclusione:

il tempo investito in una relazione non è mai, e dico mai, veramente, perso

Anche se poi ci si lascia, anche se poi si diventa effettivamente degli sconosciuti, e anche se la relazione in sé è stata molto sofferta. Il tempo che si è speso cercando di amare e di voler bene ad una persona, avrà sempre del significato e del valore.

Anzi, penso proprio che certe volte, in certe relazioni, il vero significato dell’amare una persona lo si capisce solamente dopo che ci si è lasciati. In questi casi la situazione risulta essere alquanto paradossale, perché la perdità ha la vera potenzialità di trasformarsi in un tesoro prezioso, e invece è proprio il mantenere la relazione, che tipicamente è vissuto come l’opposto della perdità, la vera perdità.

Perché è proprio provando ed eventualmente fallendo ad amare gli altri che cresciamo. È proprio quando dobbiamo rinunciare a ciò che desideriamo che cresciamo. Quando amiamo terribilmente una persona, eppure la lasciamo andare, perché riconosciamo che quell’amore non porterà da nessuna parte, o comunque, solo in luoghi bui e sofferenti.

Allora perché un tempo la pensavo come Joel?

E perché tendenzialmente le persone pensano esattamente questo?

Nuovamente, anche qui sono in gioco le due forze della natura già menzionate, ovvero la pigrizia e la paura. Ma a queste si aggiunge un’altra forza, collegata con le due precedenti: la forza attrattiva della famigliarità.

Se si vuole capire il funzionamento di un essere umano, il concetto della famigliarità è sicuramente tra i più importanti da tenere a mente. Da quel poco che conosco di psicologia infatti non penso sia sbagliato affermare che

la mente umana è basata sul ricercare ciò che sembra famigliare

Siamo attratti dalla famigliarità, e quando la troviamo proviamo una terribile repulsione a lasciarla andare. Perché quando manca la famigliarità, manca l’ordine, e ci ritroviamo nel caos dell’esistenza.

Questo fatto, di per sé, non è né positivo né negativo. Solo appunto un fatto della mente umana. I veri problemi nascono quando si considera il fatto che l’essere umano si adatta ad ogni ambiente, anche a quelli più tossici e nocivi.

Perché molte persone continuano a stare in relazioni tossiche, ovvero in quelle relazioni che logorano lo spirito creativo e la voglia di stare bene. In quelle relazioni che tendono a togliere più che a dare?

Perché se sei stato abituato ad essere trattato in un certo modo, cercherai di trovare una persona che ti tratterà esattamente in quel modo. Se essere ignorato, o peggio, trattato male, è sempre stata l’unica cosa a te famigliare, ecco che inconsapevolmente, quasi per magia, finirai in qualche modo per interagire con persone che ti tratteranno esattamente in quei modi.

Lo stesso meccanismo della mente, la ricerca di ciò che è famigliare, guida le persone sane ad incontrare altre persone sane e le persone con determinate mancanze ad incontrare altre persone con altre mancanze.

Ma questo non è il blog-post appropriato per parlare in modo approfondito di relazioni tossiche.

Ciò che voglio descrivere è una cosa più specifica e personale: prima dell’inizio della pandemia, quando cercavo di lasciarmi con P., la sensazione di perdità che provavo era talmente forte che non mi permetteva di lasciarla andare, anche se oramai le litigate erano diventate un continuo, e anche se era palese che non c’era modo per evitare i suoi insulti nei miei confronti e le mie successive incazzature nei suoi di confronti.

Solo successivamente ho potuto scoprire il nucleo dei nostri problemi relazionali: entrambi eravamo pieni di dolore per i nostri passati individuali, che non avevano nulla a che fare con l’altro. Poi, ci siamo incontrati, e le nostre peculiarità, assieme alle nostre mancanze emotive, sono state un cocktail fatale che ci ha fatto innamorare intensamente fin da subito. Pensavamo che l’amore fosse l’elisir finale, una cura per tutti i dolori, per tutte le sofferenze del passato. Entrambi eravamo convinti che abbracciandoci e rifugiandoci l’uno nel calore dell’altro, potevamo scappare dalla nostra vita passata, da ogni momento in cui eravamo stati ignorati o trattati male da altre persone.

Ciascuno di noi due, chi più chi meno, piuttosto che ascoltare il proprio dolore non faceva altro che ignorarlo e fare finta di niente. E quando quel dolore fuorisciva, quando si faceva finalmente sentire – perché il dolore, prima o poi, si fa sempre sentire – ecco che entrambi incolpavamo l’altro.

Tutt’ora non so come abbia trovato la forza di lasciarla andare. Eppure adesso rivedo in quel gesto, così doloroso e sofferto, l’inizio del percorso che mi sta portando finalmente a ritrovare me stesso, per la prima volta.

Anche dopo esserci lasciati, pensavo comunque che potevamo rimanere amici, che potevo mantenere un rapporto, più o meno distante, con il mio primo Amore.

Ho dovuto lasciare andare anche questa speranza.

Oramai è da un anno che ho deciso di tagliarla completamente dalla mia vita. Come nel film, ho deciso di cancellarla. Ma a differenza del film, non l’ho fatto per impulsivitià. Non l’ho fatto per incazzatura, o per odio, o per qualsiasi altra ragione riconducibile a qualche emozione particolare.

L’ho fatto per me stesso.

L’ho fatto perché dopo due anni di un continuo ciclo di idealizzazione e svalutazione da parte sua, ho capito che non potevo amare me stesso e ritrovare me stesso continuando ad interagire con lei.

L’ho fatto perché ho capito nel profondo che lei non mi ha mai visto per quello che ero e che potevo essere. E io, riflettendomi nei suoi occhi, stavo perdendo quel poco che ero riuscito a scoprire di me stesso.

I nostri corpi, mossi dalle nostre fantasie di amore, si continuavano a voler riscaldare l’uno con l’altro, ma i nostri animi sono sempre stati entrambi incatenati, ognuno nella propria prigione, impossibilitati dal vedere l’altro per quello che era veramente, nel bene e nel male.

La nostra interazione non aiutava nessuno dei due. Era solo un nostro continuare a scappare, un continuare a rifugarsi l’uno nell’altro, tutto pur di non affrontare la paura della solitudine e del caos dell’esistenza.

Non è stata una decisione semplice, è stata una decisione necessaria. Una di quelle decisioni che ti fa crescere, perché mai e poi mai l’avresti voluta prendere, eppure, quando capisci che non puoi fare altro, la prendi, e continui a vivere.

Ogni volta che mi sento solo, nella mia intimità, arrivo alla stessa decisione.

E adesso, dopo tanto tempo che non interagisco con lei, adesso che la mia mente è chiara come il cielo in una bellissima giornata d’estate, adesso capisco che ho fatto la scelta giusta. Scontrandomi con le più potenti forze della Natura, la mia umanità ha vinto, o comunque, per adesso, sta vincendo.

Che poi, oramai non è più nemmeno uno scontro. Non combatto più contro la mia sofferenza. Non provo più a scappare. Oramai ho capito che è inutile, e mi sono arreso. O comunque, provo continuamente ad arrendermi.

Ma la mia resa non deve essere interpretata come una cosa brutta, come una sconfitta. Anzi, è proprio l’opposto. Adesso vedo la mia sofferenza per quello che è. La sento, ogni giorno. Le cerco di portare rispetto, ogni giorno. E lei, quando si sente ascoltata, non si arrabbia più con me.

Certe volte la vittoria può essere ottenuta solo da chi è in grado di ammettere la propria resa

Arrivare a questo livello di consapevolezza però è stato tutt’altro che semplice, e il tempo che ho investito nella mia relazione con P., oltre ovviamente alla terapia, è stato assolutamente necessario. La ricchezza guadagnata da quell’investimento mi sta continuando a ripagare e mi ripagherà per la restante parte della mia vita. Anche se oramai siamo sconosciuti.

Ed è per questo che credo non ci sia mai una vera perdita nell’amare una persona. Anche se questa persona ci fa soffrire in modi terribili e per tanto tempo e poi, alla fine, si diventa sconosciuti.

La vita certe volte può essere molto difficile. Saper gestire la sofferenza della propria vita è forse la cosa più importante che possiamo imparare a fare, sia per noi stessi che per le persone attorno a noi.