Questa settimana è stata abbastanza terribile, emotivamente parlando. Per quanto stia migliorando, le mie sono ferite profonde, e proprio di recente ho scoperto di aver perso l’ennesima relazione.

Niente morti, sia chiaro. Ho solamente capito che una persona a cui tenevo tanto mi ha essenzialmente ignorato per più di un anno, e molto probabilmente continuerà a farlo in futuro.

Si, lo so, può sembrare assurdo che ci sia arrivato solo adesso. E il perché è abbastanza ovvio: cercavo di nascondermi questa dolorosa verità inventandomi scuse su scuse.

Avere questo tipo di ferite profonde significa anche che ogni nuova perdita non fa altro che rievocare quel profondo dolore, che essenzialmente si manifesta tramite delle sensazioni ed emozioni estremamente spiacevoli.

Ho notato che pur di evitare queste rievocazioni di antichi dolori, molto spesso, quasi inconsciamente, faccio finta che non sia cambiato nulla nel particolare rapporto in questione, anche quando è palese che l’altra persona non vuole più interagire con me negli stessi modi.

Questa mia tendenza ad ignorare la realtà poi prende il sopravvento quando l’altro non esplicita apertamente questo cambiamento, ma si limita a manifestarlo implicitamente nel suo comportamento.

Della serie: non mi scrive più, non legge più i miei messaggi, non mi chiede più di uscire (e rifiuta o ignora le mie proposte), eppure se le poche volte in cui ci parliamo mi dice: “guarda non puoi capire, è capitato X, Y e Z e sono super impegnata”, io subito: “ah sì, capisco perfettamente, mi dispiace, ma tranquilla, non ti preoccupare”.

Chissà, forse sono io il cattivo amico, che non le fa pesare questo. Eppure secondo me l’amicizia non dovrebbe essere così. Ci si dovrebbe trovare a metà strada, e se io faccio la mia metà, non posso né voglio forzare l’altra persona a fare la propria.

Penso di aver passato una buona parte della mia vita in mezzo ad un sacco di strade, aspettando tante persone, tutte molto importanti per me, ma che, per le loro ragioni, sicuramente valide, non hanno voluto o potuto percorrere la loro metà.


Comunque, imparare ad amarsi significa proprio questo: imparare a gestire il dolore causato dalle nostre ferite più profonde, senza dare la colpa, senza pretendere che la realtà sia diversa da quello che è.

Sono tanti i modi in cui questo dolore può essere attenuato. Terapia è un ottimo esempio, e tutt’ora il sollievo che provo semplicemente parlando del mio dolore è un qualcosa di magico, una delle poche cose che riesce veramente a rilassarmi e tranquilizzarmi.

Avere una persona che mi dedica la sua completa attenzione, provando a capirmi veramente, cercando di riflettere sulle mie parole, cercando di dar senso al mio dolore… tutto questo ha un tremendo impatto positivo su una persona, specialmente su una persona che come me è stata incompresa o ignorata per tanto tempo.

Ma terapia ovviamente non è l’unica cosa che mi permette di stare meglio. Ci sono tanti altri modi in cui riesco a tirarmi su il morale. Tra questi, il cinema è sempre stato importante.

Questa sera mi sono voluto fare un regalino: sono andato a vedere L’ultima notte a Soho, l’ultimo film del regista Edgar Wright.

Non sapevo assolutamente nulla della trama, e non avevo nemmeno visto il trailer. Però conoscevo il registra, e ho apprezzato tutti i film girati da lui che ho avuto l’opportunità di vedere. Tra l’altro, ricordo proprio che nel periodo in cui l’ho scoperto per la prima volta – durante il primo semestre del terzo anno della triennale – stavo passando un periodo di solitudine estremamente acuta, e guardare i suoi film mi permetteva di dimenticarmi per un paio di orette di tutto il resto.

Il film mi è piaciuto, e mi ha permesso di passare una bella serata immerso in questa storia che, sinceramente, mi ha sorpreso non poco, per la particolarità delle dinamiche in gioco e il modo in cui è stato girato.

Non sono un tecnico del cinema, né provero ad esserlo. Sono anche una persona che non si ricorda minimamente i nomi, né dei personaggi tanto meno degli attori. Non ci saranno grandi spoilers della trama, ma racconterò brevemente un personaggio: la protagonista. O meglio, una delle due protagoniste.


In questo film infatti le protagoniste sono due: una che vive nella Londra degli anni ‘60, e l’altra che vive nella Londra del presente.

L’interazione tra le due protagoniste è stata estremamente affascinante, in quanto durante tutto il film queste due donne non fanno altro che influenzarsi a vicenda. I loro percorsi sembrano essere in qualche modo legati da uno dei tanti fili del destino.

La protagonista giovane, quella che vive nel presente, si è da poco trasferita a Londra per cercare di intraprendere una carriera da fashion stylist. Essendo lei abituata a vivere in una zona abbastanza rurale dell’Inghilterra, il cambiamento campagna → città è abbastanza traumatico, e dopo un breve periodo di alloggio con gli altri studenti, la protagonista giovane sceglie di trasferirsi da un’altra parte, in una vecchia casa in cui è presente una signora anziana che le permette di affittare una stanza solo per lei.

Questa giovane ragazza però non è normale. Possiede infatti una acuta sensibilità, forse esacerbata dalla triste morte per suicidio della madre, quando lei era ancora piccola. Questa sensibilità è uno degli elementi caratterizzanti del film, in quanto viene utilizzata come ponte per collegare il presente al passato e viceversa.

Mi ci sono ritrovato non poco nella presentazione di questa giovane ragazza, in particolare per quanto riguarda l’introversione e la sensibilità. Un’altra caratteristica che penso di condividere con lei è il profondo fascino rispetto al passato, e in particolare alla seconda metà del 900.

Lei è affascinata dalla musica e dai vestiti di quel periodo, io, invece, dalla tecnologia. In quell’epoca infatti molte cose sono state scoperte. Mi immagino sempre cosa significava per quelle persone sedersi alla console di un mainframe ed essere i primi esseri umani a provare a programmare in modo professionale.

Tra le tante cose che adoro della regia di Edgar Wright sicuramente troviamo ai primi posti l’utilizzo della musica. La musica aveva già svolto un ruolo fondamentale nella trama e nella regia del suo ultimo film, baby driver. Anche in questo film la musica viene messa in primo piano, e questo penso sia una conseguenza dell’amore della musica da parte del regista.

C’è un qualcosa di rassicurante nel vedere un nuovo film, di cui non sappiamo nulla, riconoscere l’identità del regista rispetto ai suoi lavori precedenti, e vedere come sta evolvendo la sua visione.

Per terminare (poi vado a letto), un’ultima cosa assolutamente impeccabile della regia di Wright: l’editing. In tutti i suoi film ho sempre visto un editing pazzesco, che riesce a trasmettere particolari informazioni ed emozioni a seconda del contesto. Il modo in cui Wright utilizza l’editing come strumento di story-telling è veramente fenomenale.

Consiglio di andare a vedere questo film al cinema, perché questo è uno di quei film che necessità dell’immersione che solo il grande schermo può offrire.