Una delle più significative sensazioni che un essere umano può provare è, senza ombra di dubbio, la solitudine e in particolare la paura della solitudine eterna.

È così sfumata e complessa, questa sensazione, che certe volte sembra essere insopportabile ed insormontabile. Che non importa cosa facciamo, non importa quanto ci proviamo, siamo comunque destinati almeno in parte a sentirci soli. Ieri, oggi, domani, sempre e comunque.

Cosa possiamo fare per andare oltre?

In generale, non ne ho la minima idea. Posso solo prendere spunto dalla mia particolare esperienza, dal mio percorso, per fare qualche riflessione, si spera, potenzialmente utile, o per lo meno interessante come semplice espressione di come il mio pensiero sta cercando di affrontare l’idea di solitudine eterna.

Buona lettura!


Oggi, il giorno in cui sto scrivendo queste parole, ho \(26\) anni. Di questi, ho passato la maggior parte, almeno quelli che ricordo bene, con una profondissima tristezza in corpo. La terapia mi serve anche a questo: a capire come veicolare tutta questa tristezza in attività significative per il mio essere, che sono quelle attività che lasciano qualcosa dietro, che ti cambiano, che trasformano ciò che sei e che di conseguenza trasformano il mondo attorno a te.

Le motivazioni dietro alla mia profonda tristezza sono svariate, ed io, sinceramente, ho capito che non sono interessato a capire esattamente e in modo dettagliato il perché di tutto questo.

È forse il mio un approccio incoerente?

La terapia non serve proprio a capire se stessi?

Non saprei. Il fatto è che io spendo una quantità di tempo significativa nel cercare di capire i perché e i percome del mio essere. Allo stesso tempo, sto imparando che l’importante, ciò che poi fa effettivamente stare bene, non è tanto capire se stessi completamente, ma accettare il manifestarsi del proprio essere, anche, e specialmente, nei momenti in cui non ci riusciamo a capire, nei momenti in cui subiamo la nostra stessa essenza, privi di ogni strumento in grado di dar senso al nostro esistere.

La verità soffre quando è troppo analizzata.

Antica massima dei Fremen.

Messia di Dune, Frank Herbert.

Una parte importante della tristezza che scorre nelle mie vene fin da quando ero piccolo, e forse prima ancora di allora, è strettamente collegata con l’idea di eterna solitudine. La mia tristezza infatti nasce da una realizzazione di fondo, una scomoda verità che ho sempre saputo, fin da piccolo, prima ancora di diventarne consapevole:

Io sono diverso dagli altri

Il problema fondamentale della diversità non è la diversità in sé, quanto il fatto che noi esseri umani siamo portati ad essere attratti da ciò che è simile a noi e a provare rigetto per tutto ciò che è diverso da noi. Ed è per questa ragione che sentirsi profondamente diversi è una esperienza orribile ed alienante, specialmente quando si è piccoli, quando non si è ancora maturi per provare a dar senso ai brutali meccanismi della vita.

A peggiorare il tutto poi, la maggior parte di noi, specialmente da piccoli, sente una inevitabile necessità, tremenda e bellissima allo stesso tempo: un reciproco bisogno di comprensione. Chi è troppo diverso per capire le altre persone, quelle con cui si finisce ad interagire tutti i giorni, rimarrà inevitabilmente escluso, anche se le altre persone non hanno la minima intenzione di escludere. È un semplice problema di comunicazione. Un problema semplice, sì, ma con conseguenze catastrofiche.

Sentirsi esclusi, o anche, peggio, derisi, presi in giro, idealizzati o svalutati, crea una distanza significativa tra la persona e il mondo esterno, il mondo degli altri, il mondo dell’Altro. Questa distanza provoca un dolore altrettanto significativo, e, come ho già scritto nel blog post La Tragedia della Ragione, quando soffriamo abbiamo sempre bisogno di spiegare la sofferenza che proviamo, per cercare di capire il perché stiamo soffrendo così tanto.

Sono due le strategie più primitive utilizzate per spiegare la profonda sofferenza di chi è diverso:

  • Io sono diverso dagli altri, e sono peggio degli altri, perché la mia diversità è sbagliata, un errore che non doveva accadere.

  • Io sono diverso dagli altri, e sono meglio degli altri, perché la mia diversità è un vantaggio che gli altri non hanno.

A seconda di come effettuiamo questa scelta, la nostra vita prenderà forme e sostanze diverse. Una scelta però va presa, e noi tutti la prendiamo, come ho già scritto in Il cambiamento come processo di riadattamento. Cambiare questa scelta è un qualcosa che possiamo fare solo anni dopo averla presa, solo dopo averne subito le conseguenze.

Resta però una costante in tutto ciò: che qualsiasi sarà la nostra strategia, essa rimarrà comunque un inganno della mente, un tentativo, in partenza fallimentare, di dare una soluzione approssimata ad un problema complesso, forse perfino irrisolubile.

Io, personalmente, ho scelto, per molti anni, inconsapevolmente, la prima strategia, quella di sminuire la mia diversità, quella di pensare che la mia diversità era un errore, perché mi faceva soffrire tanto, e non sapevo come gestire tutta quella sofferenza. Volevo uscire con gli amici, amare e condividere una intimità con un’altra persona, vivere esperienze uniche ed indimenticabili. Volevo sentirmi parte di un gruppo, di una comunità, di qualcosa di più grande di me. Volevo tutte queste cose, ma poi, quando provavo ad ottenerle, non riuscivo mai a farlo, perché l’unica cosa che riuscivo a vedere era la mia diversità e la sofferenza che mi provocava.

Ecco, in quest’ultima frase c’è tutto. Il problema, e anche la soluzione.

l'unica cosa che riuscivo a vedere era la mia diversità e la sofferenza che mi provocava

Notate nello specifico cosa manca in questa frase?

manca l'Altro, la metà di ogni relazione

La vera tragedia della sofferenza molto spesso non è la sofferenza in sé, ma i danni a lungo termine che comporta. Tra questi, il danno più grave forse è proprio la perdita dell’abilità di vedere l’Altro per come si manifesta. Di guardare al di fuori di noi e di scoprire che c’è molto altro oltre la nostra sofferenza, che c’è un mondo da esplorare, osservare e capire.

Nel mio percorso, sto imparando che questa abilità, l’abilità cognitiva di guardare l’Altro, è un qualcosa su cui posso attivamente lavorare per migliorare il modo in cui vivo le relazioni e in cui percepisco me stesso, gli altri e il mondo in generale. Oramai penso a questa abilità come ad un muscolo, e quando mi trovo in situazioni di difficoltà, quando faccio fatica a capire l’altro e comincio a pensare solo alla mia sofferenza, mi concentro su quel muscolo, per ricordarmi che la mia sofferenza non è l’unica cosa che esiste.

Nel mio cercare di andare oltre la mia sofferenza, sto scoprendo che la mia diversità, che un tempo mi limitavo a disprezzare, è in realtà preziosa, perché mi permette di percepire il mondo in questo modo strano, unico ed affascinante e che mi spinge allo stesso tempo di condividere questo modo strano di percepire il mondo.

Cosa c'è di più bello di esprimere una propria idea, una propria riflessione, come a gridare al mondo: "ecco, questa è la mia diversità, questo è ciò che sono"?

Nel mio cercare di andare oltre la mia sofferenza, sto scoprendo che come unica ed affascinante è la mia diversità, anche quella di molte altre persone riesce ad essere unica ed affascinante. Perché come io mi sento diverso dagli altri, anche gli altri si sentono diversi dagli altri, e ciascuno di noi si sente il centro dell’universo generato dalla propria mente.

Cosa c'è di più bello di riuscire ad ascoltare una persona, e uscire da una interazione toccati nel profondo, e dunque trasformati, dalla presenza dell'Altro?

Nel mio cercare di andare oltre la mia sofferenza, sto scoprendo che andare oltre la sofferenza è forse una delle cose più belle ed importanti che posso fare, perché la vera bellezza, per me, è proprio lì: nella diversità dell’altro, là fuori, da qualche parte, in attesa di essere scoperta, vista, apprezzata, analizzata, protetta, festeggiata e condivisa.

Cosa c'è di più bello di ricevere un genuino gesto di affetto, come un abbraccio, una parola di conforto, o un bacio, generato dalla mente di un'altra persona, che ci ricorda dell'affetto che questa prova per noi?

Tutte queste cose sono estremamente belle, forse le cose più belle, sì, ma sono anche terrificanti, forse le cose più terrificanti, perché ci ricordano che siamo esseri limitati, che non tutte le persone la pensano come noi, e che, alla fine, il nostro benessere dipende anche da ciò che gli altri pensano di noi e ciò che noi pensiamo degli altri.

Forse è per questo che è così difficile andare oltre la propria sofferenza: perché per quanto la solitudine può spaventare, spaventa anche tanto scoprire che dall’altra parte non ci sono copie di noi, ma ci sono esseri diversi da noi, esseri inesplorati, misteriosi, che ci potrebbero fare molto bene o molto male.

Guardare l’Altro infatti significa scontrarsi con la verità manifestata dall’Altro, che a seconda dei casi potrebbe essere anche estremamente oscura e terrificante. Certe volte, specialmente da piccoli, non siamo pronti ad iniziare questo percorso, proprio perché è un percorso estremamente difficile e sofferto, anche quando cresciamo, quando siamo più grandi e, pensiamo, anche più forti.

In realtà, non dobbiamo essere forti.

Dobbiamo essere curiosi.

Abbastanza curiosi da abbandonare un ambiente sofferto ma conosciuto per esplorarne uno più vasto ma sconosiuto, che però contiene molto altro oltre alla sofferenza.

Abbastanza curiosi, prima per imparare a guardare ed apprezzare la nostra diversità, e poi per imparare a guardare ed apprezzare quella degli altri.