Oramai sono quasi quattro anni che vado a terapia.

Ogni settimana, spendo cinquanta minuti del mio tempo concentrato nel capire i perché e i percome della mia vita. Riguardando indietro, è affascinante ripensare al percorso che mi sono ritrovato a seguire, passo dopo passo, difficoltà dopo difficoltà.

Anche se la strada percorsa è stata tanta, lunga, e piena di sorprese, ricordo sorprendente bene i vari periodi e i vari cambiamenti da periodo a periodo. Non penso di aver mai investito così tanta attenzione alla mia vita e a cosa facevo col mio tempo da quando ho iniziato psicoterapia.

La psicoterapia serve proprio a questo: a riflettere sulla forma e sul contenuto della propria vita.

Ricordo i primi piccoli ma fondamentali progressi, e ricordo che sono arrivati lentamente dopo i primi mesi di terapia, quando oramai mi stavo abituando a raccontare le cose più intime e private, il mio mondo interiore, ad una persona che effettivamente non conoscevo e che però, stranamente, sembrava veramente intenzionata ad ascoltarmi.

Questi progressi si sono manifestati in varie forme e modalità. Certe volte percepivo il progresso come una leggerezza mai provata prima nello stare da solo con me stesso, a perseguire i miei interessi, scoprendo cose nuove ed affascinanti. Altre volte quei progressi si manifestavano nelle mie prime uscite di sera, nelle mie prime birre con gli amici delle mia vita, e in altre esperienze che non avevo mai provato prima, perché l’ansia era troppa, e io non sapevo come gestirla.

Bisogna comunque chiarire che un percorso di psicoterapia non è un percorso lineare in cui si continua a migliorare e basta. Certo, ogni percorso è diverso, e forse ci sono anche percorsi che migliorano e basta. Da quello che però ho provato io sulla mia pelle, il mio percorso è stato in passato e rimane tuttora un percorso alquanto difficile da descrivere e caratterizzare utilizzando delle specifiche parole. Penso che questa difficoltà sia principalmente causata dalla generale difficoltà di descrivere la complessità dietro alle nostre vite, così ambigue ed ambivalenti.

Il fatto è che un percorso di terapia è, prima di tutto, un percorso umano, e come ogni percorso umano cambia, si trasforma, diventa sempre qualcosa di altro, qualcosa di nuovo certe volte, e qualcosa di vecchio altre volte. Certe volte, ci fa stare bene; altre volte, ci fa stare male. La terapia è ciò che noi ne facciamo di essa, in quanto la relazione terapeutica – la relazione che si instaura tra terapeuta e paziente – ha la potenzialità di contenere al suo interno l’intera sfera di emozioni che la Natura ha inserito inconsapevolmente in noi, da quelle più positive a quelle più negative.

Ogni relazione può, almeno in potenza, essere terapeutica. A differenza però di una qualsiasi altra relazione basata sulla reciprocità, nella relazione terapeutica c’è, o almeno dovrebbe esserci, una chiara direzione: è il paziente ad aver bisogno di supporto, non il terapeuta. Questo significa che in un contesto di psicoterapia, in cui questa direzione è rinforzata da tutta una serie di rituali, tra cui il pagamento, si ha una migliore possibilità di analizzare meglio le sensazioni e i pensieri che più ci causano difficoltà durante la vita giornaliera, sia rispetto alle varie modalità in cui si manifestano, e sia rispetto alle varie ragioni per cui si manifestano.

Insomma, per avere una discreta probabilità di successo, la terapia, secondo me, richiede una certa curiosità e umiltà, perché per poterci capire veramente dobbiamo prima volerlo fare, abbandonano ogni apparente certezza, anche a costo di soffrire.

In questi quattro anni sono riuscito a sbloccarmi sotto svariati punti di vista, riuscendo così facendo ad ottenere tante cose belle. Allo stesso tempo sono anche successe svariate cose che mi hanno fatto stare molto male. Considerando che il mio problema più grande è sempre stata l’apatia, sbloccare le mie emozioni ha comportato il fatto che ho iniziato a sentire anche tutte quelle emozioni negative che un tempo rifiutavo di sentire. Ho dunque dovuto sviluppare un nuovo modo di reagire all’inevitabilità della sofferenza nella vita.

Ogni tanto, seppur raramente, mi è anche capitato di provare, assieme alla tipica sofferenza causata dall’ansia dei vari momenti della vita, una vera e propria gioia nel sentire quell’ansia. Ero gioioso perché avevo capito che, per qualche ragione che nemmeno io sono in grado di capire, c’è qualcosa in me che mi permette di fare una cosa bellissima:

imparare nuovi modi di sentire, di pensare e dunque di agire

È difficile descrivere la potenza di questa semplice, forse perfino banale, osservazione.

Questo fatto della realtà, il fatto che sono in grado di imparare, mi sta lentamente permettendo di capire che non devo più essere legato al mio passato in un modo vincolante. Che sì, posso anche aver sofferto in passato, e posso anche aver perso svariate amicizie, amori e opportunità. Ma proprio in virtù della sofferenza che ho provato in passato e che in parte continuerò a provare in futuro, proprio in virtù di tutto ciò che ho perso, non ha molto senso continuare su una strada che ho già percorso e che oramai conosco fin troppo bene.

Per quanto i rimpianti non siano mai desiderabili, vivere significa anche provare sentimenti contrastanti rispetto al nostro passato, rispetto a come ci siamo comportati un tempo e alle decisioni che abbiamo preso. Vivere, in altre parole, significa anche avere rimpianti. Piuttosto che sperare in un mondo ideale senza rimpianti, perché non ci concentriamo invece su come possiamo utilizzare al meglio i rimpianti che abbiamo accumulato?

E questo mi porta ad una domanda, la cui risposta, secondo me, contiene tutto.

come possiamo amare ed accettare, senza strumentalizzare, quelle parti di noi che, per varie ragioni, causano dolore, sia a noi stessi che alle persone che amiamo?

Penso che per poter veramente amare un’altra persona dobbiamo prima fare questo ulteriore passo avanti nel modo in cui ci rapportiamo a noi stessi. Ma come si risponde ad una domanda del genere? Come possiamo amare ciò che ci causa dolore? È necessario farlo? E se decidessimo di non farlo, quali potrebbero essere le conseguenze? Che poi, cosa significa amare?

Ritornando alla terapia, mi ritengo anche molto fortunato, in quanto un percorso di psicoterapia, per costruzione, non è un qualcosa che si percorre da solo, e io sono stato fortunato di aver interagito e di continuare ad interagire con persone competenti che sanno fare il loro lavoro.

L’imprescindibile presenza di un fattore umano al di fuori del nostro controllo è forse la parte più importante e critica di un percorso di psicoterapia.

Quando inizialmente mi ero accorto di avere determinate difficoltà, mi ero dato un po’ di tempo per cercare di migliorare da solo. E se ripenso agli sforzi e all’impegno che ho investito in quel tentativo, penso di averci veramente provato con tutto ciò che potevo fare da solo.

Eppure, nulla ha funzionato.

Provo una grande stima per il me stesso di qualche anno fa, che nella sua ignoranza non sapeva che ovviamente un qualcosa del genere non avrebbe funzionato. O forse lo sapevo, ma semplicemente avevo bisogno di provarci da solo e fallire, per poter poi iniziare seriamente un percorso più strutturato e funzionale assieme ad un’altra persona.

Perché non ha funzionato?

Perché non possiamo migliorare da soli?

Perché esattamente come non si cura una scottatura al sole tramite ulteriore esposizione solare, così non si migliorano i propri problemi relazionali interagendo solamente con se stessi.

Perché nessun uomo è un’isola.

Perché, riprendendo le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo

Parte del nostro esistere ha sede nella anime di chi ci accosta

Adesso, se rifletto a tutti i passi avanti che ho fatto, a tutte queste piccole banalità conquistate, ancora mi sorprende il fatto che sono stato io a fare tutto ciò, passo dopo passo, sempre guardando in basso, eternamente spaventato dal guardare il panorama, dal sapere cosa mi stavo lasciando alle spalle e in che direzione stavo andando.

Ed è per questo che quando vedo una persona fare un piccolo passo avanti, cerco di non valutare quel passo rispetto a dove sono arrivato io, adesso, ma provo a prendere in considerazione il punto da cui sta partendo l’altro.

perché il più piccolo dei passi, per noi, potrebbe essere quello più grande, per l'altro.

Io non credo che il dolore o la sofferenza ci rendano più forti, né credo che il superare una perdità ci renda più forti. Se io, adesso, mi sento più forte, non è perché sono effettivamente diventato più forte di prima, ma piuttosto è perché ho sviluppato una maggiore consapevolezza rispetto alle mie forze, che sono sempre state lì, ignorate ma presenti. Allo stesso tempo, esattamente come sono più consapevole rispetto alla mie forze, sono anche diventato più consapevole rispetto alle mie debolezze, e nello stesso momento in cui mi sento forte, cerco anche di ricordarmi che sono debole, e che rimarrò sempre debole, come rimarrò sempre forte.

La grandezza è un’esperienza transitoria. Ed è inconsistente, legata com’è all’immaginazione umana che crea i miti. La persona che sperimenta la grandezza deve percepire il mito che la circonda. Deve pensare a quanto è proiettato su di lei, e mostrarsi fortemente incline all’ironia. Questo le impedirà di credere anch’essa a quello che pretende di essere. L’ironia le consentirà di agire indipendentemente da se stessa. Se invece non possiede questa qualità, anche una grandezza occasionale può distruggerla.

Dune, Frank Herbert.

Un tempo non sarei riuscito ad apprezzare il contemporaneo manifestarsi di questa dualità apparentemente contraddittoria. Mi sarei bloccato alla ovvia contraddizione logica:

Come posso essere forte, se sono debole?
E come posso essere debole, se sono forte?

In questo mondo, o si è forti, oppure si è deboli.

Eppure, noi esseri umani non siamo fatti solo di logica, né siamo fatti solo di emozioni e sensazioni. Siamo un’entità strana, in parte vincolata dal proprio linguaggio ma anche in grado di trascenderlo. Siamo un indefinibile agglomerato di queste cose e molto altro. In ogni momento, esce fuori una piccola, piccolissima parte di tutto l’universo che conteniamo. E per quanto molto spesso pensiamo di essere solamente quella piccola parte, quella che fuoriesce di tanto in tanto, la realtà, coma al solito, è assai più complessa e indecifrabile.

Un giorno ho letto queste parole, scritte da Haruki Murakami in “Kafka sulla Spiaggia”, e mi hanno colpito, perché ho subito sentito una preziosa e sfuggente verità codificata in questi segni. Un importante modo di pensare alla vita.

Ci sono tante cose di cui non hai colpa. Di cui non ho colpa neanch’io. E di cui non ha colpa nemmeno la profezia, o maledizione che sia. Non è colpa del Dna né dell’irrazionalità. Non è colpa dello strutturalismo né della terza rivoluzione industriale.

Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull’estinzione e sulla perdita. Le esistenze di tutti noi non sono che immagini riflesse di questo principio.

Il vento soffia.

Ci sono venti impetuosi, che spazzano via tutto, e venticelli leggeri che accarezzano. Ma ogni vento prima o poi si disperde e scompare.

Il vento non ha sostanza.

È solo un modo per definire lo spostamento dell’aria.

Ascolta attentamente, e capirai questa metafora.

È mai possibile ripensare ad un ricordo del passato, un ricordo pieno di angoscia e di sofferenza, un ricordo che ci riporta indietro, in un momento in cui ci sentivamo impotenti e sofferenti di fronte ad una difficoltà, e provare la stessa sensazione di tranquillità e respiro che si prova quando si sente del vento sulla pelle in una calda giornata d’estate?

Credo che sia possibile.

Almeno fintantoché il vento continua a soffiare e il nostro respiro continua a tenerci in vita.

Per la prima volta, sono molto curioso di conoscere il mio futuro, anche se preferisco viverlo, giornata dopo giornata, stanchezza dopo stanchezza.