Qualche giorno fa ho espresso il mio interesse emotivo ad una mia amica, che chiamerò Y., e lei mi ha detto che non viveva il nostro rapporto nello stesso modo, ovvero che non reciprocava ciò che stavo provando per lei in quel particolare momento.

Alcuni potrebbero definire quanto descritto utilizzando il termine “friendzone”. Personalmente però sono abbastanza contrario ad utilizzare termini estremamente popolari e generali per caratterizzare un qualcosa che solo, e forse neanche, le persone all’interno del contesto relazionale, in questo caso io e Y., possono in potenza provare a capire.

La tematica del rifiuto è una tematica molto importante per me, perché ho sempre vissuto i rifiuti come un qualcosa di negativo, come una ferita emotiva che riapriva vecchie ferite, tutte sempre legate alla tematica del rifiuto, e che quindi non portava altro che alla sofferenza.

Essere rifiutato infatti ha sempre scatenato in me una reazione di profondo pericolo, che si manifesta a livello del corpo in perdità di concentrazione, alti e costanti livelli di ansia, mancanza di voglia di fare altre cose, e in generale in un profondo appannamento nel modo in cui vedevo l’interità della vita. Come se tutto si riducesse a quel rifiuto.

E adesso?

Cosa scatena, oggi, in me, il rifiuto?

Sotto un certo punto di vista, la situazione, non è cambiata tanto. Se consideriamo il primo impatto emotivo, infatti, è ancora vero tutto quello che ho già scritto. Essere rifiutati rimane tuttora forse la ferita e il dolore più grande che posso sentire, e più tengo alla relazione, più quel dolore brucia. Quando sono rifiutato sento una profonda agonia, come se qualcuno mi stesse accoltellando, più e più volte, e io non posso farci niente. Sono lì, solo, al buio, e l’unica cosa che riesco a vedere è il mio sangue scorrere via dalla ferita. Che poi, in realtà, non è mai una sola ferita, ma è un insieme di ferite, alcune più piccole e altre più grandi, che, assieme, si riaprono tutte.

Quello che è cambiato però è il modo stesso in cui penso a quel dolore. E per quanto cambiare il proprio pensiero non riesce immediatamente a cambiare anche i propri sentimenti e le proprie emozioni, molto spesso è proprio il pensiero, schiavizzato dalle profonde emozioni negative che ci portiamo continuamente indietro, che non ci permette di andare oltre, che non ci permette di lasciar andare. Perché la mente è potente, e come ho già scritto in La tragedia della ragione, quel potere può portare a tanto benessere come a tanta sofferenza.

Dunque, come penso al rifiuto, adesso?

Se prima pensavo al rifiuto come una cosa negativa, perché lo associavo alle forti emozioni e sensazioni negative che mi provocava, adesso penso al rifiuto come ad un dono. Come ad un vero e proprio regalo che l’altra persona ci sta dando. Esatto, adesso penso che

Essere rifiutati è un dono

La cosa più bella delle relazioni umane infatti è che le relazioni, almeno quelle salutari, sono basate sulla reciprocità. Quando entriamo in relazione con qualcuno, non si è mai veramente solamente in due, c’è sempre la relazione, che può essere paragonato come ad un figlio o ad una figlia in una coppia. La salute della relazione è qualcosa che dipende dalle scelte di entrambe le persone coinvolte, e il benessere che la relazione può dare alle persone coinvolte è ottenuto proprio in funzione della salute della relazione stessa, che, come abbiamo già chiarito, dipende dalle scelte delle persone coinvolte.

Cosa ci sta regalando quindi una persona quando ci rifiuta?

In queste situazioni, l’altro ci sta dicendo, più o meno: “non sono disposto ad investire nella relazione ciò che tu desideri, ciò di cui tu hai bisogno”. Ora, potrebbe non essere la cosa più intuitiva capire come questo possa effettivamente essere di aiuto. Una metafora potrebbe aiutare.

Supponiamo di voler scalare una montagna, una montagna che non conosciamo bene. Vogliamo arrivare in cima, ma questa montagna è particolare, ed è particolare perché non può essere scalata da soli. Nel suo percorso richiede continuamente la cooperazione di almeno un’altra persona. Da soli è impossibile, in due, forse lo è. Essendo interessati a scalare questa montagna, incontriamo nel nostro percorso una persona che sembra andare nella stessa nostra direzione direzione, una persona che sembra interessata a scalare la nostra stessa montagna. La incontriamo, ci presentiamo, e nel mentre continuiamo a camminare nella stessa direzione. Non chiediamo mai veramente all’altro dove sta andando e dove vuole andare, ma fintantoché cammina vicino a noi, quella compagnia ci piace, ci fa sentire meno soli, ci protegge dalla difficoltà del percorso, e quindi, per proteggerla, cerchiamo di evitare determinati argomenti di discussione. Ad un certo punto però cominciamo a volere più certezze. Diventiamo veramente curiosi di sapere dove sta andando l’altro, per capire come prepararci meglio al divenire. Dunque, chiediamo: “in che direzione stai andando? Vedi, io vorrei scalare questa montagna, ma ho bisogno del tuo aiuto per farlo.” Ora, se l’altro non ci rifiuta, possiamo continuare a camminare come prima, con però una nuova consapevolezza, ovvero sapendo un po’ meglio la direzione in cui l’altro vuole arrivare. Altre volte invece l’altra persona ci potrebbe rifiutare, dicendoci: “guarda, è stato bello camminare assieme tutta questa strada, ma io vorrei andare da un’altra parte, ho un’altra montagna da scalare, e non è la tua”. In altre parole, ci sta facendo capire che non possiamo più arrivare dove volevamo arrivare, che sarebbe inutile continuare da soli, e che forse sarebbe meglio tornare indietro, o restare dove si è, per riposare un po’ e raccogliere le energie necessarie a cercare un’altra persona a cui chiedere aiuto. In altre parole, ci sta salvando la vita, impendendoci di continuare su una strada che non possiamo percorrere da soli.

Questa metafora della montagna c’entra molto con l’amore, perché l’amore, almeno secondo me, a differenza dell’attrazione, non è un qualcosa che nasce da solo. L’amore è un qualcosa che si conquista assieme, che, nel contesto della metafora, si scala assieme. L’amore non è una sensazione, o una emozione. L’amore è una scelta, o meglio, l’amore è ciò che si ottiene da una sequenza di scelte effettuate da due persone mature e consapevoli, ciascuna delle quali dedica all’altro gesti, parole, movimenti, azioni ed energie, con tutto se stesso, sapendo bene i propri limiti e il proprio valore.

E quindi, con questo punto di vista, quando l’altro ci esprime la sua volontà, il suo rifiuto, non c’è più niente da fare. Potremmo anche provare a far cambiare idea all’altra persona, argomentando più o meno bene le mille ragioni per cui potrebbe funzionare, per cui sarebbe meglio continuare a stare assieme. Ma scegliendo questa strada, anche se riuscissimo a far cambiare idea all’altro, secondo me, il risultato di tutto ciò non sarebbe più un amore reciproco, ma un amore forzato, un qualcosa che nasce dal proprio desiderio e bisogno di amare ed essere amati piuttosto che come naturale conseguenza di una serie di scelte reciproche fatte da entrambi con il pieno potere della volontà umana.

Che poi, il concetto stesso di “amore forzato”, è un ossimoro, una contraddizione, una chimera. L’amore non può essere ottenuto tramite la forza e l’aggressione, non può essere né imposto e né regolato. L’amore è qualcosa al di fuori del nostro pieno controllo, in quanto c’è sempre bisogno di un’altra persona, e in particolare delle scelte consapevoli di un’altra persona.

Arrivati a questo punto, ci possiamo chiedere: cosa perdiamo, alla fine, da un genuino rifiuto?

Perdiamo delle fantasie. Perdiamo del potenziale. Perdiamo tutto quello che l’altro ci avrebbe potuto dare in un mondo ideale. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno noi, adesso, per ovviare alle nostre ferite. E quindi, dopo tutte queste perdite, l’unica cosa che rimane siamo appunto noi, con la nostra solitudine, le nostre ferite, i nostri desideri e le nostre sensazioni.

È un lutto, un lutto a tutti gli effetti, simile a quello provocato dalla morte di una persona a noi cara, o anche dalla mancanza emotiva di una persona che fisicamente c’è per noi, ma emotivamente è distante tanto quanto il sole è distante dalla terra.

Questo significa che per poter interpretare un rifiuto come un dono, è necessario prima accettare il dolore della perdità e della restante solitudine. Qualcosa che può essere anche estremamente doloroso, ma che allo stesso tempo è anche necessario, perché è l’unica cosa che possiamo fare, in questi casi, se vogliamo in futuro stare meglio. Accettare la realtà di un rifiuto significa accettare che se ci doveva essere qualcosa, ci sarebbe stata, e dato che non c’è stata, allora non doveva essere.

Lentamente, col passare del tempo, il dono del rifiuto ci permette di riprendere ciò che abbiamo dato, che stavamo dando, e che volevamo dare all’altro in futuro. E in questo processo di “tornare a se stessi”, di “riprendersi ciò che è proprio”, inevitabilmente, otteniamo indietro sempre qualcosa di diverso da ciò che abbiamo offerto all’inizio del rapporto. Cambiamo, e diventiamo altro, perché se abbiamo veramente condiviso ciò che siamo, parti dell’altro sono inevitabilmente entrate in noi, e parti di noi sono entrate nell’altro.

Dunque, alla fine, la cosa più bella delle relazioni non è sempre e solo essere accettati, quanto piuttosto saperle vivere, confrontandosi, crescendo assieme, anche nei rifiuti. Ed è per questo che può essere bello anche essere rifiutati. È una bellezza diversa, una bellezza sofferta, una bellezza che brucia, eppure, è proprio in quel dolore, nelle ceneri del fuoco del rifiuto, che si trovano i resti dell’affetto e della gioia che provavamo per l’altra persona, prima di dichiaraci, prima di essere rifiutati.

Le stesse ceneri che, col tempo, permetteranno ad un’altro fuoco di prendere forma, di esistere, di vivere. Un fuoco che forse, in questa nuova vita, se sarà accettato, potrà risplendere per giorni e giorni.

Io sono felice di aver conosciuto Y. Inizialmente ero molto ferito e confuso per il rifiuto, ma poi, ascoltando il suo punto di vista, ho capito che proprio per il fatto che ho sempre ritenuto il nostro rapporto sacro, quel rifiuto era la cosa più bella che mi potesse donare, in questo momento, per proteggere il rapporto che abbiamo costruito e condiviso in questi mesi, e che, inevitabilmente, si trasformerà in altro in futuro.

Perché tutto, in questo universo, è in continua trasformazione. E più siamo rigidi, più poniamo resistenza a questa trasformazione, e più soffriamo. Io vorrei imparare ad essere meno rigido, ad essere più come il vento, a sapere accettare le mille manifestazioni del mio essere, le mille volontà, i mille bisogni, le mille sofferenze, molto spesso in contraddizione tra loro, che si celano dietro allo stesso corpo e allo stesso volto.

Chissà cosa penserò quando, tra qualche anno, guarderò indietro e rileggerò ciò che ho scritto qui al riguardo del dono del rifiuto. Cambierò idea? Subirò un rifiuto talmente profondo e doloroso che mi farà cambiare idea? O forse il rifiuto più profondo della mia vita l’ho già subito. Non posso saperlo, posso solo vivere e vedere, vivere e trasformarmi, come il vento.