Fin da piccolo mi sono sempre posto le seguenti domande:

  • Cosa significa diventare grande?

  • Che differenza c’è tra un adulto e un bambino?

È affascinante, almeno per me, provare a ricordare lo sguardo che avevo del mondo quando ero più piccolo. In generale, per quanto possiamo crescere e cambiare, credo che quei primi sguardi, quelle prime visioni, quei primi pensieri, rimangono comunque in noi, da qualche parte.

Sono proprio quei primi sguardi che ci caratterizzano e che ci rendono ciò che siamo. Il resto della nostra vita potrebbe forse essere interpretato in questo modo: come un tentativo di recuperare ciò che abbiamo perso, o che non abbiamo mai avuto, da piccoli. E tra le prime cose che perdiamo, c’è sicuramente il modo in cui vediamo il mondo.

E come vedevo io il mondo, da piccolo?

Non saprei. Anche perché, bisogna anche dirlo: queste sono domande spinose. Domande scomode. Domande che, come alcuni dei più importanti problemi matematici, sono facili da porre, ma tremendamente difficili, se non del tutto impossibili, da rispondere.

Rispondere ad una domanda del genere è difficile sia perché i ricordi col tempo vengono dimenticati, e sia perché quei ricordi in particolare, i ricordi della nostra infanzia, sono speciali. La trama della nostra vita è ottenuta proprio utilizzando quei ricordi, intrecciandoli e mischiandoli tra loro più e più volte fino a perdere ogni minima somiglianza con ciò che erano un tempo. Il risultato di questo intreccio? L’opera d’arte più ambigua di sempre: la nostra vita.

Anche se non riesco del tutto a ricordare come vedevo il mondo da piccolo, qualche pezzo del puzzle l’ho sempre tenuto stretto a me.

Ricordo ad esempio che ho sempre avuto un occhio attratto dalla bellezza femminile. C’è qualcosa della femminilità che mi attrae in un modo unico e travolgente. Ricordo di momenti alle elementari in cui potevo passare ore a guardare dalla distanza una compagna di classe, chiamiamola E. Ogni volta che guardavo E. la mia percezione del tempo cambiava, e tutto sembrava più lento, più bello e più sereno. Sentivo anche una profonda sensazione di tristezza e di perdita, perché più la guardavo e più pensavo al fatto che non l’avrei mai potuta accarezzare o baciare. Eppure, non mi importava, mi sentivo fortunato semplicemente potendo guardare il suo viso per ancora qualche minuto in più.

Fin da piccolo, l’Amore per me è sempre stato l’antidoto e il veleno della mia vita; ciò che cerco, e ciò da cui scappo; ciò che desidero, e ciò che temo.

Ricordo anche una profonda voglia di voler ridere, stare bene, e divertirmi, senza troppi pensieri. Mi è successo più e più volte di trovare una cosa talmente divertente da non riuscire più a contenermi dalle risate, molto spesso proprio in quei luoghi in cui non l’avrei dovuto fare. Anche quando stavo da solo, mi è sempre piaciuto ridere con me stesso. Penso di saper essere alquanto divertente, a volte.

Solo adesso mi sto accorgendo di quante cose vedevo da piccolo, sia di me stesso che degli altri. Erano talmente tante, e talmente profonde e a volte oscure, che sfuggivano alla mia comprensione. L’unica cosa che potevo fare era lasciarle andare, non pensarci e fare finta di niente.

L’inizio dell’adolescenza è stato molto, molto difficile, perché ho lentamente perso quell’abilità innata che avevo di lasciar andare le cose, e la mia visione del mondo è diventata di colpo triste e pessimistica. Diventando più consapevole della distanza che sentivo tra me e il mondo fuori di me e non riuscendo più a spiegarla o capirla, stavo lentamente perdendo la speranza che avrei potuto trovare un posto anche per me in questo mondo.

E cosa fanno gli adolescenti quando si sentono persi? Trovano delle bolle d’aria, dei luoghi in cui si sentono al sicuro, delle attività che danno un senso di controllo e protezione alle loro vite. Anche io ho avuto un luogo del genere, un luogo in cui mi sentivo al sicuro: la mia camera. La mia camera è sempre stata il mio rifugio dal mondo, e i videogiochi, le serie-tv, i film, i libri, e in generale tutto ciò che ha a che fare con la fantasia e la creatività umana, sono state le attività che mi hanno tenuto compagnia per tutti gli anni dell’adolescenza. Ho anche avuto delle amicizie importanti, ma quelle, esattamente come l’amore, le vivevo in modo molto ambiguo, e dopo le medie ho smesso di provare ad avere degli amici con cui uscire regolarmente.

L’adolescenza è stato un periodo abbastanza lungo della mia vita, di cui non ho troppi ricordi, perché è stato un periodo di apatia e di distacco dal mondo. Un periodo di elaborazione interna.

Ricordo benissimo però il giorno in cui ho smesso di essere un adolescente ed è iniziato il mio percorso per diventare un adulto. Non è mia intenzione parlare di quel giorno, eppure posso dire che una mattina mi sono svegliato ed ho subito intuito il cambiamento che era avvenuto. La paura che ho provato, rendendomi conto di non essere più un ragazzino, è stata alquanto significativa.

Cosa significa quindi diventare adulti?

Per me significa principalmente la seguente cosa: rendersi conto del proprio dolore e non scappare di fronte ad esso, ma arrendersi all’inevitabilità della sofferenza umana senza precludersi la possibilità di vivere momenti di felicità e serenità.

Diventare adulti significa riuscire a cogliere ed apprezzare le diverse sfumature della vita, da quelle più belle, gioiose e serene, a quelle più distruttive, tristi e terrificanti. Questa abilità certe volte non viene in modo naturale e spontaneo. Ma come tutte le altre abilità della vita, anche se non viene in modo spontaneo, può comunque essere prima voluta e ricercata, e poi imparata tramite un proprio percorso.

Saper cogliere ed apprezzare le diverse sfumature della vita, significa anche capire in profondità il proprio percorso di vita, e che non ci sono scelte sbagliate o scelte giuste. Ci sono solo scelte, le nostre scelte, le scelte con cui dobbiamo convivere, giorno dopo giorno.

La stessa abilità, l’abilità di saper ragionare, emotivamente e razionalmente, sulla propria vita, può poi essere applicata ad altre persone, per aiutarle nei loro percorsi e per supportarle quando ne hanno veramente bisogno. Diventare adulti in questo senso significa quindi saper aiutare l’altro senza distruggersi, e in generale essere ben consapevoli di quanto si da e di quanto si riceve.

Essere adulti dunque non è solamente una questione di età. Essere adulti è, prima di tutto, una questione di sofferenza e di come reagiamo di fronte alla sofferenza della vita.

Vorrei poter dire che un processo del genere sia facile, ma è alquanto ovvio che non lo è affatto. Diventare adulti è tra le cose più difficili che la vita ci impone ad affrontare. Eppure, abbiamo forse una scelta in merito? O diventiamo adulti, per quanto difficile possa essere, oppure continuiamo a rimanere bambini o adolescenti che si nascondono in corpi maturi e sviluppati.

E cosa c’è di più pericoloso di un bambino che indossa il corpo di un adulto?