A breve sarà il primo anniversario di molte cose per me.

Tra poco sarà passato un anno da quando ho aperto questo sito. Ma è anche passato quasi un anno da quando ho iniziato a leggere i libri di Primo Levi. Libri che, come ho già scritto altrove, mi hanno dato molto in questo anno di quarantena e isolamento.

L’anno passato è stato straordinario sono moltissimi punti di vista. Straordinario non nell’accezione positiva del termine, ovviamente, ma piuttosto nel suo significato etimologico “fuori dell’ordine”. Ripensandoci però, specialmente ora, senza più coprifuoco, quando finalmente si intravede la luce del sole alla fine del tunnel in cui abbiamo vissuto per fin troppo tempo, sono grato che quest’anno sia stato così caotico, così fuori da ogni aspettativa che potevo avere solamente un anno e mezzo fa.

Sono grato che quest’anno sia successo esattamente nel modo in cui è successo, in quanto tutto lo stress a cui sono stato sottoposto in questo periodo mi ha costretto a capire moltissime cose su me stesso e su svariati aspetti della vita che stavo costruendo, da quelli più personali ed intimi, a quelli famigliari, fino ad arrivare a quelli legati al mondo dell’università e del lavoro.

È vero che ognuno di noi cambia ogni giorno, ma è anche vero, almeno secondo me, che la profondità del cambiamento è strettamente legata con le necessità e le pressioni imposte dal momento che si sta vivendo.

Detto altrimenti, molto spesso non siamo noi a scegliere di cambiare. Succede invece che ci ritroviamo improvvisamente in una situazione a noi ignota. Ci ritroviamo, metaforicamente, immersi nell’oscurità. Dove prima c’era un po’ di luce ed un senso di famigliarità, adesso non vediamo nulla. Ma non è solamente una questione di luci ed ombre, di nero e bianco. Il cambiamento è tale che abbiamo la netta sensazione che il luogo stesso in cui ci troviamo sia diverso. Non ritroviamo più gli stessi oggetti nelle stesse posizioni. La geografia del luogo è diversa. Semplicemente, tutto è diverso, e la mappa mentale che avevamo costruito non funziona più come modello della realtà.

In questi momenti ci troviamo nel caos dell’esistenza. Ma l’essere umano non è fatto per vivere nel caos. Abbiamo bisogno di ordine. Non totale, che opprime l’anima e la creatività, ma parziale. Abbiamo sempre e comunque bisogno di un po’ di familiarità, di sicurezza, di ripetizione, di amore. Solo con queste cose possiamo esplorare il caos dell’esistenza per crescere ed imparare. Insomma, immersi di punto in bianco nel caos più totale, non possiamo far altro che cercare di adattarci al nuovo ambiente per ritrovare quell’ordine perduto.

Ed è proprio qui, in questo processo di riadattamento, che l’umanità mostra la sua immensa complessità. Non siamo noi, il più delle volte, a scegliere di cambiare, è vero, ma ognuno di noi cambia a modo proprio. Ognuno di noi si adatta secondo le proprie caratteristiche, secondo il proprio temperamento. E non importa come avviene questo cambiamento. Non importa se lo scegliamo consapevolmente – scelta che potrebbe far utilizzo sia della logica che di emozioni e intuizioni da noi accettate e comprese, ma che necessità di aver superato un periodo di sviluppo cognitivo – oppure inconsapevolmente, seguendo impulsi a noi ignoti e che risiedono in parti incomprese ed oscure di noi.

In entrambi i casi, ognuno di noi subirà le conseguenze del proprio cambiamento. Ognuno di noi cambierà e diventerà un’altra cosa, un qualcosa che, a seconda della gravità della situazione, può arrivare anche ad essere profondamente diverso, nel bene e nel male, da ciò che eravamo prima del cambiamento.


È da un anno che rifletto in modo quasi ossessivo su queste cose, e d’altronde oramai è da ben tre anni che ho intrapreso un percorso di terapia per cercare di cambiare in meglio la mia vita. Dunque è da tanto tempo che rifletto sulla seguente domanda: come possiamo indurre in noi stessi un profondo cambiamento?

La cosa che personalmente mi affascina è che in questi tre anni di terapia di cambiamenti nella mia vita ne ho visti tantissimi, molti dei quali di una profondità significativa, che hanno aumentato notevolmente la qualità della mia vita e di cui sono molto soddisfatto.

Per portare un piccolo esempio, prima di iniziare terapia le uniche volte in cui uscivo di casa erano per andare all’università. Non riuscivo ad uscire altrimenti. Ogni volta che ci provavo sentivo un’ansia enorme, specialmente se poi dovevo uscire per interagire con altre persone della mia età. L’altro giorno invece sono uscito fino a tardi e sono stato a San Lorenzo, divertendomi ad interagire con persone che non avevo mai incontrato prima. Questo gesto, che può sembrare normale, e che oramai per me lo è effettivamente diventato, non è stato per niente facile da conquistare, ed ha richiesto un significativo cambiamento interno.

Oramai quindi so che è possibile cambiare, in quanto io stesso ne sono la prova vivente. Eppure, sarà forse una deriva del mio essere informatico, ma voglio sempre andare in profondità e capire il perché delle cose. Perché io sto riuscendo a cambiare?

Prendo molto a cuore la ricerca di una risposta a questa domanda, in quanto nel periodo iniziale della terapia, quando io stesso stavo iniziando a cambiare, mi sono lasciato trasportare dalla gioia che stavo provando, e ogni volta che vedevo una persona che soffriva, facevo lo stesso pessimo errore di valutazione. Pensavo: se io sto finalmente riuscendo a cambiare, questo vuol dire che anche questa persona, che adesso sta soffrendo, può veramente cambiare, e non importa né quanto ha sofferto in passato e né quanto sta soffrendo in questo momento, importa solamente il fatto che potenzialmente tutti possono migliorare la propria vita.

Ma l’errore non era in questo pensiero, che tutt’ora ritengo essere valido, anche se non la penso più esattamente così. L’errore stava nel fatto che mi è capitato di interagire con persone che mi trattavano male, in modo costante e ripetuto nel tempo, e quando io mi lamentavo di questo, loro mi dicevano, sia esplicitamente che in modi più impliciti: “Scusami, sto male, sto cercando di migliorare, se mi aiuti ci riuscirò”, e io giustificavo il loro comportamento e continuavo a farmi fare del male. Tutto nella speranza che poi, un giorno, quel cambiamento sarebbe avvenuto.

Non mi giudico troppo per questo errore, in quanto ero giovane, non avevo esperienza, e solo successivamente ho scoperto le vere, profonde ed oscure ragioni del perché continuavo a comportarmi in quel modo. Però lo considero comunque un errore, un grave errore, in quanto non siamo tutti uguali, non tutte le sofferenze sono uguali, e soprattutto, non tutti abbiamo sviluppato gli strumenti cognitivi necessari per sbloccarsi ed aprirsi al vero cambiamento.

Tutti noi cambiamo ogni giorno in modi impercettibili e continui, è vero, ma la maggior parte di questi cambiamenti non sono né ricercati né desiderati. Molto spesso infatti tendiamo a rigettare il cambiamento consapevole, in quanto ci spaventa, e preferiamo utilizzare vecchie strategie e modi di fare, anche quando il contesto è nuovo, anche quando queste strategie non funzionano più, anche quando non hanno mai veramente funzionato.

A rendere il tutto più triste poi bisogna considerare il fatto che nessuno di noi ha avuto una scelta in merito alle proprie prime strategie di adattamento. Nel nostro percorso di crescita, abbiamo imparato a vivere, ci siamo adattati al mondo che ci circondava in modo inconsapevole, e a seconda dell’ambiente in cui abbiamo vissuto abbiamo strutturato e sviluppato la nostra personalità.


La lezione più importante che ho imparato riflettendo su queste tematiche è la seguente: bisogna stare attenti a voler indurre (o anche solo a sperare in) un cambiamento in un’altra persona per i propri motivi egoistici. Questa brutale verità vale anche quando l’altro sta soffrendo e noi lo vogliamo aiutare

Non importa infatti quanto male può fare vedere una persona a noi cara continuare a soffrire. Non possiamo evadere quel dolore, che è unicamente nostro, cercando di forzare l’altra persona a cambiare, o sperando con tutta la nostra forza di volontà che cambi, anche se quel cambiamento è un cambiamento che, noi, e ripeto, noi, definiremo “in meglio”.

Una persona può provare quanto vuole a cambiare se stessa pur di soddisfare il desiderio di un’altra persona, magari di un parente che soffre, o di un partner insoddisfatto. Ma questo tentativo di cambiamento sarà sempre fallimentare, perché le energie necessarie per cambiare sono troppe, e non possono essere alimentate da persone esterne.

Certo, è vero che un aiuto esterno può aiutare a migliorare la situazione, e un aiuto professionale potrebbe proprio essere necessario, ma certe problematiche semplicemente non possono essere affrontate e risolte nel contesto di una relazione tradizionale. Certe problematiche possono essere affrontate solamente dalla persona interessata, in quanto necessitano l’accesso in un luogo privato ed intimo accessibile solamente da tale persona.


Voglio finire il post con una riflessione molto pratica.

Se mai vi dovreste ritrovare in una situazione relazionale, qualsiasi essa sia (amicizia, relazioni intime, e via dicendo…), in cui un altro essere umano continua a farvi stare male, e anche se voi comunicate la vostra sofferenza le cose non sembrano cambiare, non sperate che in futuro le cose cambieranno.

Il vero cambiamento è consapevole, lento, sudato, e non succede di punto in bianco. È come andare in palestra: i risultati, per quanto iniziali, si vedono fin da subito, ma solo se lo si fa in modo costante.

State attenti quindi all’effetto che le relazioni hanno sul vostro umore e sulla vostra persona. Ma non cadete nella trappola mortale dell’incolpare l’altro, e nel pensare solamente all’altro. Fate invece attenzione ai vostri comportamenti, a ciò che fate voi, e soprattutto al perché vi relazionate con persone che continuano a farvi stare male. Se siete motivati da una futura e vaga speranza che “le cose miglioreranno”, probabilmente, anzi quasi sicuramente, le cose non miglioreranno, perché le relazioni umane seguono dei pattern ripetitivi piuttosto stabili.

Dopo tanta sofferenza, sono arrivato alla conclusione che in questi casi l’unica cosa che possiamo fare è rispondere alle seguenti domande:

Sei disposto a continuare a soffrire, potenzialmente per la restante parte della tua vita, pur di relazionarti con questa persona, o vorresti vivere una vita tranquilla, condividendo dei momenti sereni con altre persone che ti stanno care e che però non ti fanno soffrire così tanto?

Cosa ha questa persona di così tanto speciale?

Chi ti ricorda?

È inutile sperare in un cambiamento da parte di un’altra persona. L’unica cosa che possiamo cambiare è il modo in cui noi ci rapportiamo con noi stessi e con gli altri.